Il rifugio 87

Della guerra non abbiamo ancora parlato bene, forse qualche breve accenno qua e là, ma dei rifugi disseminati per la città ancora nulla. Ecco, io l’inverno scorso sono andata a visitare quello di via Bodio al 22. Si trova al piano interrato della scuola Giacomo Leopardi che però ai tempi era intitolata a Rosa Maltoni Mussolini, madre del duce.

La preside della scuola, la professoressa Laura Barbirato, si è molto spesa per riaprirlo e riuscire a metterlo a disposizione delle varie visite guidate. Questo rifugio era uno dei più grandi della città e poteva arrivare a ospitare fino a 450 persone.

Non so voi che seguite questo blog quanti anni avete, ma io che ho appena passato i 40, ho ancora nelle orecchie i racconti sulla guerra delle mie nonne: le sirene, i rifugi, le bombe, le fucilazioni…Si, Milano è stata la città più bombardata d’Italia. Nel 1940 c’erano 135 rifugi antiaerei: questo è il numero 87. Non si trova tanta documentazione in giro, si sa solamente che tutti gli edifici privati erano obbligati ad avere un rifugio antiaereo che doveva avere queste due caratteristiche: essere antiaggressivo chimico e essere antibomba. In realtà però nel 1919/1920 non ci sono soldi per la costruzione dei rifugi a protezione dei civili e pertanto a inizio guerra vengono adibiti a rifugio le cantine.

Ecco scendiamo: siamo a 2 metri di profondità e l’ampiezza è di 220 metri quadrati: dieci stanze, 2 bagni alla turca, 1 cucina e un rubinetto con l’acqua. Tutto lasciato allo stato originale: i pavimenti, le scritte, le panche e i banchi dove i bambini potevano comunque fare lezione.

Ermanno Olmi è stato studente di questa scuola, ha scritto forse uno dei suoi libri più noti “Il ragazzo della Bovisa” ispirandosi a quanto vissuto qua.

Vi lascio qualche foto del rifugio. Io avevo fatto la visita guidata con Milanoguida, vi lascio il link:

https://www.milanoguida.com/calendario/novembre-2018

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Il Santuario di Santa Maria alla Fontana

Quello che andremo a visitare oggi è un luogo sconosciuto ai più, ma antichissimo e molto suggestivo a mio parere. Stiamo parlando del Santuario di Santa Maria alla Fontana che porta come data di fondazione 29 Settembre 1507, anche se la sorgente naturale che sgorgava qui risaliva ad almeno 1000 anni prima della sua fondazione.

Qui si era in aperta campagna e l’area era di proprietà dei padri benedettini di San Simpliciano. È diventato santuario grazie al miracolo occorso a Charles D’Amboise che era governatore a Milano per conto del re di Francia e che versò ingenti somme di danaro ai benedettini per far erigere il santuario.

La struttura era su due livelli: due metri e mezzo sotto c’era la grande vasca dove i milanesi potevano immergersi oppure bere mentre sopra c’era il santuario vero e proprio con chiostri e portici aperti in modo che si potesse sentire la messa anche dal piano inferiore.

I Benedettini di San Simpliciano dovettero cedere il santuario ai Padri Minimi di San Francesco da Paola che, arrivati a Milano dalla Calabria, non avevano un luogo dove stare. Questi ultimi, secondo le loro esigenze, trasformeranno il Santuario modificandolo in un monastero.

Vediamo un po’ che cosa è rimasto: beh la sala quadrata è il luogo dove c’era la risorgiva poi incanalata in una fontana. Dove ci sono i sampietrini riconosciamo la parte più antica. La pietra da cui escono le 11 bocchette era qui ancora prima dell’arrivo di Charles D’Amboise. Purtroppo nel 1877 a causa di un incendio in un deposito di materiali la fonte originale si è inquinata e adesso la fontana è collegata all’acquedotto come le vedovelle. Vi capiterà comunque di vedere persone che continuano a venire qui a bere l’acqua o a riempire le bottiglie.

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Per quanto riguarda i chiostri invece, per anni la suggestione è che potessero essere stati progettati da Leonardo. Questo perché era l’artista preferito da Charles D’Amboise e poi perché sono stati trovati dei fogli nel codice atlantico con il disegno di questi archi. L’ipotesi invece più accreditata al momento, anche se il dibattito è ancora aperto, è che si tratti di un lavoro dell’architetto Giovanni Antonio Amodeo che peraltro ha lavorato ai cantieri del Duomo, di San Satiro e di Santa Maria presso San Celso e che era ingegnere presso la corte di Ludovico il Moro.

I lati del chiostro più vicini al santuario sono i più antichi. Gli stemmi che vediamo sono quelli delle famiglie nobili francesi che hanno contribuito alla costruzione del santuario.

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La lapide di fondazione che testimonia la posa della prima pietra

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La sala rossa, oggi inglobata nel santuario, era in partenza la sacrestia. Non è un luogo di celebrazione. Nel quadro a olio una Madonna con il bambino e l’autore presunto è Bernardino Campi. La pala ci racconta il miracolo di questa fonte. Al centro la Madonna con il bambino in braccio e il manto stellato, subito sotto il ruscelletto che rappresenta la nostra fonte e sotto ancora il bastone per camminare che indica questo luogo. Subito a sinistra Charles d’Amboise guarito e all’estrema sinistra S. Francesco da Paola. A destra invece della Madonna abbiamo nuovamente Charles D’Amboise e all’estrema destra Matteo da Messina che è stato padre minimo al santuario. Le grottesche rosse rappresentano alcuni simboli della medicina in ambito pagano.

 

Il sole raggiato invece è una scultura in legno dell’epoca di Charles D’Amboise ed è simbolo di trionfo/vittoria: nasce tutti i giorni sulle tenebre da qui alla resurrezione. Le pitture invece sono più recenti. Negli spicchi ci sono i 12 apostoli: c’è Paolo ma non c’è Giuda.

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Il Santuario si trova nella piazza omonima. La fermata della metropolitana più comoda è Zara sulla gialla.

Un nuovo quartiere, dall’Alfa Romeo al parco del Portello

Ancora l’estate scorsa avevo seguito una visita guidata molto interessante all’area del Portello che, negli ultimi anni, è davvero molto cambiata soprattutto con la creazione di questo nuovo parco.

Un poco di storia ci aiuterà a comprendere meglio il nuovo progetto. Questa era la zona dove si era insediata l’Alfa Romeo all’inizio del 900. La scelta era stata semplice, si trattava di un’enorme area fuori Milano sulla direttrice verso la Francia e la Svizzera e a ridosso della zona dove era stata fatta Expo 1906. Arriverà poi la prima guerra mondiale e l’Alfa Romeo affiancherà alla produzione di automobili anche le commesse militari. Questo oltre a consentirle di sopravvivere fece si che venisse ampliata e aumentata la forza lavoro, insomma gli stabilimenti stavano crescendo e inglobando mano a mano l’area. Negli anni 60 verrà costruito lo stabilimento Alfa di Arese; oramai il Portello era troppo piccolo e soprattutto si trovava in città così il trasferimento fu una scelta obbligata.

Negli anni 80 i terreni verranno venduti al Comune di Milano. Verrà ripensato il progetto per l’area che dovrà diventare un importante polo fieristico prima del trasferimento dello stesso nella zona di Rho e quindi, arriviamo velocemente agli inizi del 2000.

Nel 2003 viene approvato finalmente il masterplan di Gino Valle che vedrà rivoluzionata l’intera area.

Partiamo dall’ingresso di Casa Milan. Abbiamo davanti a noi le 8 palazzine in stile razionalista di Guido Canali del parco della Vittoria. Si tratta di 6 torri e 2 edifici che portano il nome di alcune vetture dell’Alfa Romeo (Giulietta, Torpedo, Superba, Giulia, Duetto, Brera, Alfa e Romeo appunto).

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Spostiamoci verso Piazza Gino Valle, la più grande piazza di Milano con i suoi 20.000 metri cubi: si tratta di una piazza aperta in diagonale con una pendenza di circa 6 gradi. Gli edifici sui bordi affacciano o verso la strada o verso la piazza e l’altezza degli stessi decresce mano a mano ci si avvicina alle costruzioni preesistenti. Questa piazza ha avuto anche la funzione di cucire i due quartieri.

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Sulla piazza, proprio davanti a Casa Milan possiamo vedere l’opera la Grande Cancellatura per Giovanni Testori di Emilio Isgrò, nella quale vengono cancellate con una vernice grigia alcune parole del racconto del 1958 di Testori “Il ponte della Ghisolfa”.

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Ok, lasciamo la piazza e dirigiamoci sul ponte disegnato da Arup Italia, in modo da poter incontrare l’area verde. Prima di entrare nel parco, sulla destra ci sono delle palazzine sia in edilizia libera che convenzionata dell’architetto Cino Zucchi.

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Eccoci finalmente giunti al parco delle spirali del tempo un progetto dell’architetto Charles Jencks e realizzato dallo studio Land del paesaggista Kipar. Si tratta di 3 colline di altezze diverse e di un giardino segreto.

La collina della Preistoria rappresenta la struttura dell’universo con le spirali delle galassie ed è alta solo 10 metri, la collina della Storia è alta 14 metri ed è decorata lato Alfa Romeo con lastre dedicate alla storia della fabbrica e per ultima la collina del Presente che è la più alta, ben 22 metri, in cima alla quale possiamo trovare la scultura raffigurante l’elica del DNA come omaggio al tema della vita. Dalla cima di questa collina possiamo vedere le altre due. Alla base un laghetto circolare.

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Da qui possiamo entrare nel giardino segreto, il giardino del tempo dove tutto parla dello scorrere del tempo e lo rende reale. Ci sono lastre nere e bianche che rappresentano la notte e il giorno, 365 mattonelle che indicano i giorni dell’anno. Un sentiero con le ere cosmiche e le panchine con i tempi dell’anno e i tempi delle galassie.

La cucina dei nostri nonni: il pan dei morti e la sua tradizione

Ci sono diversi luoghi comuni che riguardano Milano e che sono difficili da sconfiggere, tipo che c’è solo la nebbia (magari … non so quanto tempo è che non ne vedo di bella) o che non c’è niente (mi pare che invece più di qualcosa ci sia…) oppure che non ha memoria. Ecco, non è vero! Per questo motivo su questo blog parliamo di cose da vedere, di solito non propriamente notissime, ma parliamo anche di tradizioni e ricette, di quelle ricette dei nostri nonni ma che ancora prepariamo e/o mangiamo ma che non sappiamo da dove arrivano perché è tradizione fare così!

Oggi parliamo del pane dei morti o ossa dei morti, a seconda di come li conoscete, perché è il dolce tipico della commemorazione dei defunti.

La tradizione parte da lontano e come spesso accade ha origini contadine. Si pensava che una volta all’anno le anime dei defunti abbandonassero l’aldilà per tornare temporaneamente presso le loro abitazioni. Per rendere loro omaggio si preparava questo dolce tradizionale da mettere in tavola e da condividere anche con loro. Ancora prima pare che i Greci offrissero alla dea Demetra questo dolce per assicurarsi dei buoni raccolti.

Come spesso succede con le nostre ricette tradizionali gli ingredienti sono piuttosto poveri ma altamente nutrienti e facilmente reperibili in casa. Vi lascio, come di consueto la ricetta, se volete provare a farli, altrimenti oramai diversi panifici li producono in questo periodo.

Ecco una delle tante ricette.

Ingredienti: – 200 gr di amaretti – 100 gr di zucchero semolato – 100 gr di farina 00 – 70 gr di fichi secchi – 40 gr di uvetta – 40 gr di mandorle -2 albumi – 4 cucchiai di canditi all’arancia – la punta di un cucchiaino di cannella – 1 cucchiaino di lievito per dolci – zucchero a velo

Preparazione: Sbriciolate gli amaretti in un mixer o direttamente con le mani. Nel frattempo mettete l’uvetta ad ammollare in acqua tiepida.

Frullate le mandorle. Tritate fichi e canditi e uniteli agli amaretti sbriciolati, insieme allo zucchero, il lievito, le mandorle, la farina e la cannella.

Strizzate bene l’uvetta e unitela al composto. Aggiungete gli albumi non montati.

Formate dei piccoli rombi con le mani e metteteli su una placca ricoperta da carta forno. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti.

Al termine della cottura, sfornate il pane dei morti e lasciatelo raffreddare sulla placca.

Spolverizzate i biscotti con lo zucchero a velo prima di servirli.

Di solito vanno consumati un paio di giorni dopo la loro preparazione, se volessimo proprio fare le cose secondo tradizione. Qualora non li finiste tutti subito, li potrete conservare in una scatola di latta per un paio di giorni.

Happy Samhain ovvero il capodanno celtico

Mercoledì sarà il 31 ottobre e da qualche anno anche in Italia si festeggia Halloween. A Milano invece sarà Samhain, il capodanno celtico.

Samhain (Capodanno) insieme a Beltienne (Calendimaggio) dividono il calendario celtico in inverno e estate, oscurità e luce.

Lo sappiamo, prima di diventare romana, Milano è stata celtica. Abbiamo diverse leggende e alcuni luoghi che ce lo ricordano: la primavera, il Natale, l’agrifoglio, San Giovanni in Conca…ne abbiamo già parlato con il primo articolo di questo blog a dicembre dello scorso anno, vi ricordate?

Che dire: la leggenda narra che in questa notte il regno degli spiriti e delle fate rimanga aperto e pertanto può essere possibile fare degli incontri…

Se per caso non vi fanno paura i fantasmi, potete dirigervi in una di queste notti in piazza Santo Stefano. Proprio accanto a questa chiesa trovate San Bernardino alle Ossa. È una chiesa antichissima, sorta quando la zona era una realtà cimiteriale. Appena varcata la soglia, dirigetevi verso l’ossario sulla destra. Ecco, le vedete? Migliaia di ossa, femori, tibie e teschi alle pareti, tenute insieme solo da una retina piuttosto fine. Alcune sono state ordinate a formare una croce, altre invece sono tutte mescolate.

Bene, si narra che la notte dei morti, passando accanto si senta clangore di ossa. È il fantasma di una bambina che balla una danza macabra insieme a tutti gli altri morti.

Pertanto, se volete immergervi nella tradizione celtica non vi rimane che mettere una moneta (meglio d’argento) sotto lo zerbino di casa per 30 giorni e raccogliere ghiande da donare agli amici.

Happy Samhain

Un tesoro nascosto: Palazzo Clerici

Eccomi qua con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia per raccontarvi di uno dei palazzi più belli di Milano che, come di consueto, è sconosciuto ai più. Se vi interessa andare a vederlo trovate in fondo le modalità di prenotazione per una visita guidata che non vi lascerà delusi.

Bene, partiamo. Ci troviamo in via Clerici, in pieno centro storico. La via non è molto ampia e anche l’ingresso del palazzo è piuttosto limitato: come per il palazzo Bolagnos Visconti (che avevamo visitato questa primavera) anche in questo caso sono stati acquistati immobili vicini per aumentarne la cubatura. Qui una volta si era in contrada del prestino dei Bossi nel sestiere di Porta Comasina. I Clerici erano una famiglia originaria dell’area di Como che, all’inizio del 1600 si occupava di attività mercantili vendendo tele ai mercanti tedeschi. Nel 1653 quando decidono di trasferirsi a Milano per dare maggiore visibilità alla famiglia e affiancano all’attività principale quella di usurai, acquisiscono il palazzo dai Visconti.

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La grandezza attuale fu raggiunta nel 1695, ma gli anni di massimo splendore arrivarono tra il 1730 e il 1760 con Anton Giorgio Clerici che per abbellire il palazzo chiamò diversi artisti dell’epoca.

Ok, diamo un’occhiata generale prima di entrare ad ammirare la nostra piccola Versailles, la galleria del Tiepolo. Appena superato il cortile d’onore, pensato per le manovre delle carrozze, incontriamo la bellissima scalinata a 3 rampe con sculture di soggetti femminili orientaleggianti che risolvono il dislivello e danno un’idea di cosmopolitismo. Sul soffitto un affresco di Mattia Bortoloni di Rovigo del 1696, uno dei maggiori aiuti del Tiepolo. Si tratta de “L’apoteosi di Giorgio II”.

Ci sono alcune sale pregevoli prima di arrivare alla galleria del Tiepolo, come la galleria degli stucchi o la sala da ballo, potete vedere un paio di fotografie qui sotto ma, noi siamo qui per ben altro!

Eccoci finalmente giunti. Varchiamo la soglia. Che cosa ve ne sembra?

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Una piccola Versailles come dicevamo. Il riferimento dovevano essere le dimore austriache. La galleria è lunga 22 metri e larga 5,26 metri.

L’affresco rappresenta “La corsa del carro del Sole attraverso il cielo abitato dalle deità dell’Olimpo e circondato da creature terrestri e dagli animali che stanno a simboleggiare i continenti”. La commissione ha uno scopo autocelebrativo e per la casa d’Austria.

Diamo uno sguardo veloce ai lati lunghi e partiamo con il mito di Proserpina: Demetra con Flora non si accorgono che Proserpina viene rapita da Plutone, re dell’Ade. Il pipistrello è il simbolo di Proserpina mentre quella che si intravede con le spighe è la dea Cerere. Qui vediamo anche Dioniso con il piede ciondolante che ci porta all’allegoria dell’Asia. Una grande coppia di cammelli con mercanzie orientali e il cammelliere che si appoggia con il piede alla boiserie ci indica di procedere verso l’America. L’ultima scena invece è l’allegoria del mare: due ragazzini sdraiati che soffiano, sono gli zefiri che soffiano verso Teti che è una nereide con i coralli in testa.

Nel lato breve invece abbiamo l’allegoria della musica e dell’arte. Un angelo svolazzante regge una tavolozza di colori e accanto al putto si nota un volto che ha le sembianze del Tiepolo stesso. Il nano di corte si lega alla boiserie e alla scena principale.

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Nel secondo lato lungo incontriamo l’allegoria dell’Africa e subito dopo l’Europa. L’ultima allegoria è il ratto di Venere da parte di Saturno e rappresenta la caducità del tempo. Venere, la bellezza è rapita dal tempo con falce e ali nere.

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Al centro Carro del Sole preceduto da Mercurio e sullo sfondo il cielo striato da nubi bianche e rosate.

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Nel salone, oltre al dipinto di grande pregio, possiamo notare gli arazzi fiamminghi che fanno parte dell’ultimo intervento decorativo e rappresentano le storie di Mosè, la boiserie in puro riferimento Versailles e aristocrazia viennese lavoro di botteghe storiche milanesi con motivi decorativi della Gerusalemme Liberata.

Nella parte inferiore troviamo specchiere e motivi monocromi di colore marrone/dorato di gusto orientaleggiante a tema di guerra.

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Bene, non voglio annoiarvi ulteriormente. Sappiate solo che palazzo Clerici è di proprietà dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e che periodicamente è possibile visitare il corridoio del Tiepolo collegandosi direttamente a questo link e seguendo le indicazioni: https://www.ispionline.it/it/palazzo-clerici/visite-guidate

A presto!

Il cimitero Monumentale: il 900

Ciao! Eccomi qua nuovamente per il tour al cimitero Monumentale. Come dice il titolo stesso, le tombe che vedremo oggi sono tutte state fatte dopo il 1930.

Partiamo dal cimitero degli acattolici valdesi e protestanti. Incontriamo subito il monumento Arnoldo Mondadori all’esterno di ponente n° 66. Lo scultore è Francesco Messina e l’opera si intitola Ecce Omo ed è del 1963. Famoso editore di collane come “i gialli Mondadori” o “gli oscar”, fondò la casa editrice nei primi anni del 900 e negli anni 40 lanciò i più importanti rotocalchi come Epoca e Grazia, solo per citarne alcuni36345271_10212365820724039_4922091409512595456_n.jpg

Li vicino possiamo trovare il monumento Renato Birolli sempre all’esterno di ponente ma al numero 61.  Lo scultore è Viani ed è un’opera del 1961. Rappresenta la coda di un grande pesce che si sta tuffando sotto terra.

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Completamente diverso invece è il monumento Mariani dello scultore Bodini. Siamo nel 1961. Il monumento si trova nell’esterno di ponente al n° 55. Rappresenta uno dei filoni più importanti del dramma, una pietà moderna

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Il monumento Venturino ci fa incontrare ancora il nostro Giannino Castiglioni. L’opera si trova nell’esterno di ponente ai n° 20-21 ed è del 1960. Viene rappresentato il tema della forza della vita. Il fanciullo ai piedi dell’uomo che si sta svegliando ha in mano una fiammella.

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Il monumento Samuele ci porta all’esterno di ponente al numero 13. La scultura rappresenta proprio la defunta nell’atto di tuffarsi. Lo scultore è Tonino Grossi e ci troviamo nel 1966. Daniela Samuele era una giovanissima nuotatrice morta sui cieli di Brema insieme alla squadra di nuoto il 28/01/1966

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Proseguiamo verso l’esterno di ponente al numero 15A, dove possiamo vedere l’angelo di Floriano Bodini per il monumento Mario Formentoni, genero di Arnoldo Mondadori. L’opera è del 1987, è in marmo e rappresenta la nike.

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Usciti dall’esterno di ponente, possiamo dirigerci al rialzato di ponente A-B dove incontriamo uno dei monumenti più conosciuti di tutto il cimitero. Si tratta dell’edicola Campari del nostro scultore Giannino Castiglioni. Di questo monumento avremo modo di parlarne spesso nei nostri giri per il cimitero. I Campari si trasferirono nel 1860 a Milano dove aprirono un bar nel Rebecchino. Quando verrà abbattuto per fare spazio al progetto del Mengoni si trasferirono in Galleria, dove saranno i primi ad avere il frigorifero, il selz per le bibite gassate e i gelati. Davide Campari è il primo nato in Galleria. Questo monumento rappresenta l’ultima cena di Leonardo, ma come lo chiamiamo noi milanesi, l’ultimo aperitivo!!

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Lasciamo l’edicola Campari per dirigerci invece al rialzato B di Ponente ad ammirare il monumento Ghisletti Bonelli dello scultore Alfeo Bedeschi del 1940. Si tratta del lamento funebre. Il monumento è diviso in due parti: sotto c’è un uomo inginocchiato che rappresenta il defunto sepolto mentre una donna piange. Sopra e all’esterno è rappresentata l’anima e sembra che i tre dialoghino tra di loro.

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Sempre nel riparto I troviamo il monumento Valenti dell’ architetto napoletano Lucio del Pezzo della fine degli anni 80. Opera non figurativa dove ogni forma ha i propri colori. I tre simboli stanno a identificare il rapporto tra la realtà terrena e l’aldilà, il cosmo e l’infinito.

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Eccoci alla prima opera dello scultore Lucio Fontana. Siamo nel 1928 e rappresenta la maternità. Si tratta del monumento Mapelli nel rialzato A-B al numero G132/133

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Proprio lì accanto troviamo il monumento Ferruccio Zara dello scultore Carmelo Cappello del 1957. Siamo sempre nel rialzato di ponente al n°133. Lo scultore siciliano è conosciuto per le sue sculture in bronzo molto leggere, questa nello specifico rappresenta un’anima che volteggia e che si libra.

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Eccoci al monumento di Roberto Crippa, di questo itinerario è una delle mie preferite. Siamo nel riparto I al n° 270 e rappresenta l’uomo di Hiroshima. Lo scultore è lo stesso Crippa e l’opera è del 1974. Crippa è stato un grandissimo pittore dello spazialismo e qui riposa con la moglie. Purtroppo il monumento è stato vandalizzato nel 2014 quando hanno rubato una sculturina in bronzo e per questo sembra incompleta. Il sole o l’ingranaggio rappresenta l’oltre. Si presuppone l’attraversamento della superficie, si tratta dell’uomo sopravvissuto ai disastri che guarda oltre.

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Ah eccoci all’edicola Falck, non potete certo non notarla. Si trova nel riparto I e chi è lo scultore? Ovviamente Giannino Castiglioni. L’opera è del 1939-1942. Tra l’obelisco e la ciminiera, si tratta di marmo chiaro su obelisco scuro e fonde due iconografie religiose: l’angelo  —–> l’annunciazione alla Madonna e il Cristo —-> il compianto della Madonna. Si tratta dell’eterno ciclo della vita e della morte. Il corpo di Cristo è bellissimo e l’angelo è eternamente giovane. Scendendo le scale, nel 1955, è stata aggiunta una scultura rappresentante una bambina che si addormenta con un angelo. E’ la tomba della figlia Luisa morta di setticemia. L’opera è di Manerbi.

Rieccoci alle prese con Lucio Fontana. Questa volta si tratta di un angelo. Siamo nel 1949. Si tratta del monumento Paolo Canelli nel riparto II n° 13. La scultura è in ceramica smaltata in blu/viola con qualche parte dorata. La struttura nel quale è inserito l’angelo è in granito bianco e grigio.

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Proseguiamo con l’edicola della famiglia Dompé di Mondarco nel riparto VII spazio 174. L’architetto è Stefano Lo Bianco e lo scultore Nando Conti, siamo nel 1959-1963. Ricerca di ingegneria avveniristica per la cupola in rame a protezione di un sarcofago molto antico sul quale sono raffigurate le muse del canto e dell’astronomia. Il sarcofago è del 3° sec d.c. Una fascia di angeli musicanti sulla cupola.

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Nella nostra passeggiata odierna poteva mancare lo scultore Arnaldo Pomodoro? Ovviamente no! Ed ecco quindi il monumento Goglio nel riparto XII al n° 88. Si tratta di una sfera di bronzo, aperta in modo da vedere gli ingranaggi che ci portano alla tecnologia moderna. La base invece riporta alla classicità, ma anche qui c’è una fenditura e sembra di vedere la crosta terrestre. La famiglia Goglio produce sacchetti di carta a uso alimentare.

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Dirigiamoci adesso verso il riparto esterno di levante dove ci attendono gli ultimi 5 monumenti. Adesso ci troviamo nella parte decisamente più contemporanea di questo museo a cielo aperto.

Il primo monumento che andremo a vedere è quello di Remo Bianco al n° 125. Lo scultore è proprio lui stesso e si intitola castello di carte ed è in marmo bianco. Remo Bianchi si è formato alla scuola di Fontana.

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Il monumento Palumbo dello scultore Otello Montaguti è del 1988 e si trova al n° 138. Palumbo è stato direttore della Gazzetta e vicedirettore del Corriere. Sul suo monumento le copie di tre quotidiani e la firma dello stesso.

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Il monumento a Piera Santambrogio lo troviamo al n° 150. Lo scultore è Floriano Bodini e l’opera si chiama ragazza e cane del 1982. La modella è la moglie dello scultore e l’opera è molto moderna, basta guardare la foggia dei sandali per rendersene subito conto. Il cane accucciato ai piedi della donna è simbolo di fedeltà.

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Il monumento Salmoiraghi Girola invece è dello scultore Igor Mitoraj ed è del 1995. Si tratta di un’opera in travertino che rappresenta una piazzetta con due divanetti posti uno in fronte all’altro. Per chi è di Milano, è lo stesso scultore del busto in piazza del Carmine.

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Ancora un paio e abbiamo finito. Sempre nei dintorni possiamo trovare l’edicola Galimberti Faussone di Germagnano del 1984. Il pittore è Vincenzo Ferrari del quale non si hanno informazioni, così come non si sa il motivo per il quale il monumento è decorato con simboli matematici e astrologici.

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Dato che siamo sulla via d’uscita possiamo fermarci sul piazzale centrale a vedere il monumento dei caduti nei campi di sterminio nazisti commissionato allo studio di architettura BBPR dall’associazione dei reduci dai campi di sterminio. Stiamo parlando dell’immagine di copertina. BBPR è l’acronimo di Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers che erano esponenti dello stile razionalista. Banfi non tornerà più dai campi di sterminio. Il monumento è in lastre di marmo di Candoglia e marmo nero di Svezia. Al centro una gavetta contenente della terra di Mauthausen circondata dal filo spinato. Nel prato sono inserite lapidi con il nome di 847 vittime del nazismo: 846 milanesi + 1 —-> la principessa Mafalda di Savoia.

Spero che questo itinerario vi sia piaciuto, mi farebbe piacere leggere i vostri commenti. In un paio d’ore dovreste riuscire a farlo.

 

 

 

 

 

I giardini della GAM

C’è un luogo misterioso proprio in centro a Milano. Chissà quante volte ci siete passati accanto senza poter varcare la soglia. E’ si, il giardino della Gam, in Palestro, è aperto solo ai bambini o agli adulti accompagnati dai bambini.

Il palazzo, sede della Galleria di Arte Moderna, è villa Belgiojoso e venne edificata alla fine del 700 da Pollack per il conte Belgiojoso. Passerà attraverso diversi proprietari fino ai primi anni del 900 quando passò sotto il Demanio comunale, ma della villa parleremo un’altra volta.

Mi preme invece farvi vedere questo giardino segreto, un giardino all’inglese dove semi nascosti dalle fronde degli alberi si possono scorgere antiche rovine o tempietti. Al centro c’è anche un laghetto dedicato ad Amore.

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La cripta della Cà Granda

Oggi andiamo alla scoperta dell’archivio storico della Cà Granda e del Sepolcreto, luoghi magici che hanno riaperto i battenti quest’anno dopo una chiusura lunghissima.

Sappiamo che l’ospedale della Cà Granda è stato fondato da Francesco Sforza nel 1456, dopo di lui però abbiamo altri due nomi che vengono considerati come il secondo e il terzo fondatore di quest’opera. Il secondo fondatore è Giovanni Pietro Carcano, banchiere e commerciante di lane. Alla sua morte lascerà i suoi beni all’ospedale che poté ampliare l’edificio nella parte centrale. Venne abbattuta S. Maria Annunciata nel centro del cortile e si costruirà invece la chiesa, tuttora presente, sotto il porticato. Vengono costruite le sale amministrative per il consiglio che è ancora oggi formato da 18 elementi, di cui 16 laici.

Partiamo dall’archivio storico. Qui ci troviamo nella sala del capitolo estivo mentre quello in fondo a destra, più piccolo e con le pareti in legno è la sala del capitolo d’inverno. La costruzione risale al 1637 ed è del Richini. Al suo interno ci sono migliaia di documenti relativi all’amministrazione dell’ospedale. In fondo è esposto anche l’atto di fondazione dell’ospedale firmato da Francesco Sforza. La volta della sala del capitolo d’estate è affrescata dal Volpino ed è del 1638.

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L’idea era quella di avere due vie:

  • Sopra la via dei vivi
  • Sotto la via dei morti

Il primo cimitero intramurario era nel cortile centrale, intorno alla chiesa della S. Maria Annunciata, ma nel ‘600 le cose iniziarono a cambiare e i morti vengono pertanto seppelliti sotto, nella cripta, dove stiamo scendendo adesso con il nostro bravo caschetto in testa. Qui sono stati sepolti anche i martiri delle V giornate dal 1848 al 1861, quando poi vennero trasferiti nel monumento ossario in cui ancora riposano nell’omonima piazza. I loro nomi sono riportati in lunghe liste su lastre di marmo attaccate alle pareti.

Nel 2013 con i fondi di Cariplo e Regione Lombardia si procede con il restauro conservativo del luogo, la messa in sicurezza, il tamponamento dei pavimenti e l’inserimento dell’elettricità. Oggi ci sono ancora dei resti qui sotto. Ogni tanto la dottoressa Cattaneo del laboratorio di antropologia forense viene a fare indagini.

Nella cripta ci sono i resti di un antico affresco del Volpino con una danza macabra di decine e decine di scheletri ad altezza naturale del 1630.

In fondo le lapidi dei benefattori dai cimiteri dismessi. La prima lapide è di Giuseppe Macchi, il terzo fondatore della Cà Granda. Notaio milanese morì a fine 700; con il suo patrimonio venne costruita la crociera finale.

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L’ingresso è in via Francesco Sforza e le visite guidate possono essere prenotate tramite l’Associazione Ar.se a questo indirizzo internet: https://www.arsemilano.it/biglietti-orari-arse/

 

I giardini della Guastalla

I giardini della Guastalla sono i più antichi della città. Ci troviamo proprio dietro al Duomo, tra l’Università Cà Granda, il Policlinico e la Sinagoga, della quale vi ho raccontato qualche tempo fa.

Prende il nome dai conti di Guastalla della provincia di Reggio Emilia. Paola Ludovica Torelli, contessa di Guastalla, è un personaggio molto importante per la nostra città. Prima dei trent’anni è già vedova due volte, ha perso anche i genitori e il figlio. Decide di non risposarsi ma di condurre una vita spensierata fatta di feste, lussi, viaggi… Grazie all’intervento del suo confessore, deciderà di vendere i beni di famiglia e destinare i guadagni a opere caritatevoli; nel 1530 si trasferirà a Milano dove rimarrà molto colpita dalla situazione di degrado in cui vivono alcune donne.

Fonda la congregazione delle suore Angeliche di San Paolo che sarà la prima congregazione femminile non di clausura; nel 1537 farà edificare la chiesa di San Paolo Converso, ancora oggi esistente e, nel 1557 fonderà il collegio della Guastalla che ospiterà una ventina di giovani dai 10 ai 21 anni di buona famiglia ma decadute. Il terreno prescelto per costruire questo collegio è quello che va tra Porta Romana e Piazza 5 Giornate. All’interno dello spazio acquistato si trovava il collegio, il laghetto con i pesci e un grande bosco con alberi da frutto. Il convento doveva essere il più autonomo possibile ed è rimasto attivo fino al 1700 circa.

Tra la fine del 1560 e il 1938 vengono fatti diversi interventi su questo terreno: viene realizzata la Peschiera, l’Edicola della Maddalena e il tempietto; successivamente il Comune di Milano acquisterà l’intera area e inizierà una prima ristrutturazione con l’abbattimento del muro di cinta e la piantumazione di diversi arbusti. Gli alberi piantati sono poco più di 180 e tra questi dobbiamo sapere che ce ne sono alcuni monumentali come la “Catalpa” e i faggi vicino al tempietto. La Catalpa, detta anche albero dei sigari, è un arbusto molto contorto con una chioma asimmetrica che fa davvero molta ombra. Questi sono i giorni perfetti per riposarsi sotto le sue fronde!

Come vi raccontavo altri elementi inseriti in questi anni sono: la peschiera barocca del 700 che ha una balaustra in pietra e in origine era alimentata dalle acque del naviglio che scorrevano sotto via Francesco Sforza prima che venisse interrato e nel 18° secolo l’aggiunta del tempietto e dell’edicola.

Il tempietto è dell’architetto Cagnola in stile neoclassico e ospitava al suo interno la statua di una ninfa acefala, mentre l’edicola è di un artista anonimo e raffigura la “Maddalena assistita dagli angeli” ed è in terracotta.

Bene, spero di avervi incuriosito. Ad oggi le fermate della metropolitana più vicine sono Crocetta sulla M3 gialla e Duomo sulla M1 rossa/M3 gialla. La zona al momento è interessata dai lavori della M4.

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