La Ninetta del Verzee e il Carlin

“Bravo el mè Baldissar! Bravo el mè nan!

L’eva poeù vora de vegni a trovamm….

Bravo il mio Baldassarre! Bravo il mio ometto!

Era poi ora di venirmi a trovare….

 

Chi parla è la Ninetta del Verzee una delle opere più conosciute di Carlo Porta, il poeta dialettale milanese per eccellenza. L’anno prossimo oggi, 5 gennaio, saranno 200 anni dalla morte. Avete mai notato il suo monumento? Ci troviamo proprio dietro San Bernardino alle Ossa, al Verziere per l’appunto! Qui c’era il mercato di frutta verdura e fiori prima che venisse spostato.

Carlo Porta, il Carlin come lo chiamano i milanesi, è il papà della Ninetta, una prostituta che racconta la sua vita, in maniera molto esplicita, ad un cliente. Si tratta di un’ex venditrice di pesce al mercato del Verziere che in seguito ad una storia d’amore finita male si ritrova costretta a prostituirsi per sbarcare il lunario.

Il Porta raffigurato in questo monumento ha uno sguardo ironico e sembra che sia lì appoggiato alla colonna ad osservare le persone delle quali ha tanto parlato nelle sue opere.

Il portale dei fauni

Rieccoci di nuovo dalle parti della Guastalla, si vede che la zona mi piace vero? Accanto alla Sinagoga, della quale abbiamo già parlato lo scorso anno, c’è questo bellissimo portale.

Sono raffigurati Adamo ed Eva ricoperti dalle foglie di fico, dei genietti con animali marini e i fauni.

Le iscrizioni latine riportano viviamo per l’acqua e vigila per vivere.

Questo portale era in un ninfeo di una villa napoletana.

La Barbajada

Si lo so è la Vigilia di Natale ma non potevo lasciarvi senza il consueto articolo del lunedì. Conoscete la Barbajada? La maggior parte dei milanesi non se la ricorda quindi, qualora il nome non vi dicesse nulla, siete in ottima compagnia. Fu inventata a metà dell’800 da Domenico Barbaja e servita da allora in tutti i bar e le caffetterie milanesi. Di Domenico Barbaja abbiamo già parlato un paio di settimane fa, vi ricordate? Quando abbiamo parlato del Museo della Scala. Domenico Barbaja oltre che aver scoperto Rossini è noto per aver fondato il caffè dei Virtuosi. Agli inizi della sua carriera invece era un semplice garzone e cameriere e fu il primo a servire quella che sarebbe diventata una bevanda famosissima nel centro di Milano.

Ad oggi forse, è ancora possibile ordinarla in alcune pasticcerie storiche, io lo scorso anno sono andata da Sant’Ambroeus, aperta ancora nel 1936. Si trova in Corso Matteotti al numero 7, nel palazzo costruito da Emilio Lancia. Gli arredi sono originali, i lampadari di Murano, i divani in pelle, i tavoli di legno. Tutto trasuda eleganza e prestigio e la loro cioccolata è una delle più buone che abbia mai assaggiato: densa e già zuccherata noi l’avevamo accompagnata con della pasticceria mignon.

Vi lascio la ricetta della barbajada:

Ingredienti per 4 persone: 4 cucchiaiate di cacao amaro, zucchero a piacere, mezzo litro di latte freddo, quattro tazzine di caffè bollente, panna montata, biscottini lingue di gatto o savoiardi o biscotti secchi.

In una casseruola stemperare il cacao con poca acqua, poi unirvi il latte e il caffè sbattendo bene con una frusta; mettere su fuoco dolce e sempre sbattendo portate quasi a bollore, sino a quando si formerà in superficie una schiumetta bianca. Versare il composto in quattro tazze, decorare con un ciuffo di panna e servire subito la bevanda ben calda accompagnata con i biscotti prescelti.

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Per domani, buon Natale a tutti.

Oh bei! Oh bei!

Il primo articolo di questo blog è stato sulle tradizioni del Natale, quasi un anno fa. Chi mi conosce anche nella vita reale sa che questo è il mio periodo preferito dell’anno, quindi parleremo ancora di Natale e delle sue tradizioni. Da venerdì 7 dicembre a lunedì 10 dicembre ci sarà la fiera degli Oh bei! Oh bei! Quest’anno ancora nei dintorni del Castello Sforzesco, il cui ingresso è gratuito e dove potrete trovare diversi espositori di fiori, giocattoli, dolci, caldarroste, vin brulè e miele, artigiani…

La fiera degli oh bei oh bei è pura tradizione meneghina, e da circa 5 secoli anticipa le festività natalizie. Certo con il tempo le cose sono un po’ cambiate. Da una ventina di anni c’è l’artigianato in fiera, ad ingresso gratuito nel nuovo polo fieristico di Rho/Fiera che consente di respirare il clima natalizio per circa una settimana e dove sicuramente troverete un sacco di idee da tutta Italia e da tutto il mondo per i vostri regali di Natale. Da qualche anno nei dintorni del Duomo sono anche arrivate le casette in legno, stile mercatini di Natale, dove potrete trovare altre idee per i vostri regali ma, io ho un animo romantico e sono legata alle tradizioni e quindi gli oh bei oh bei, anche se i tempi sono cambiati, rimangono i miei preferiti.

Il weekend è ovviamente quello nel quale si festeggia il nostro santo patrono Sant’Ambrogio e per anni, prima che si trasferisse qui al Castello erano le vie intorno alla Basilica omonima che ospitavano la fiera.

Ma che cosa significa l’espressione Oh bei! Oh bei!? E da dove arriva? La storia racconta che nel 1510 Giannetto Castiglione arrivò in città incaricato da Papa Pio IV per cercare di riaccendere la fede dei milanesi. Arrivato nei dintorni della città però, Castiglioni temette di non essere ben accettato dalla popolazione che non aveva mai manifestato tanta simpatia nei confronti del Papa, e poi eravamo proprio sotto la festa del Santo Patrono… Decise pertanto di portare con sé tanti pacchi pieni di giocattoli e dolciumi da distribuire ai bambini che appunto risposero con la frase oh bei oh bei che in italiano significa che belli che belli. All’epoca era tipico trovare sui banchetti le mostarde, i castagnacci e i firun che erano delle castagne cotte al forno con il vino bianco infilate in uno spago a mo’ di collana.

 

L’immagine di copertina è un quadro presente a Palazzo Morando del pittore Carlo Agazzi intitolato “La fiera degli Oh bei! Oh bei! del 1900.

La cucina dei nostri nonni: il pan dei morti e la sua tradizione

Ci sono diversi luoghi comuni che riguardano Milano e che sono difficili da sconfiggere, tipo che c’è solo la nebbia (magari … non so quanto tempo è che non ne vedo di bella) o che non c’è niente (mi pare che invece più di qualcosa ci sia…) oppure che non ha memoria. Ecco, non è vero! Per questo motivo su questo blog parliamo di cose da vedere, di solito non propriamente notissime, ma parliamo anche di tradizioni e ricette, di quelle ricette dei nostri nonni ma che ancora prepariamo e/o mangiamo ma che non sappiamo da dove arrivano perché è tradizione fare così!

Oggi parliamo del pane dei morti o ossa dei morti, a seconda di come li conoscete, perché è il dolce tipico della commemorazione dei defunti.

La tradizione parte da lontano e come spesso accade ha origini contadine. Si pensava che una volta all’anno le anime dei defunti abbandonassero l’aldilà per tornare temporaneamente presso le loro abitazioni. Per rendere loro omaggio si preparava questo dolce tradizionale da mettere in tavola e da condividere anche con loro. Ancora prima pare che i Greci offrissero alla dea Demetra questo dolce per assicurarsi dei buoni raccolti.

Come spesso succede con le nostre ricette tradizionali gli ingredienti sono piuttosto poveri ma altamente nutrienti e facilmente reperibili in casa. Vi lascio, come di consueto la ricetta, se volete provare a farli, altrimenti oramai diversi panifici li producono in questo periodo.

Ecco una delle tante ricette.

Ingredienti: – 200 gr di amaretti – 100 gr di zucchero semolato – 100 gr di farina 00 – 70 gr di fichi secchi – 40 gr di uvetta – 40 gr di mandorle -2 albumi – 4 cucchiai di canditi all’arancia – la punta di un cucchiaino di cannella – 1 cucchiaino di lievito per dolci – zucchero a velo

Preparazione: Sbriciolate gli amaretti in un mixer o direttamente con le mani. Nel frattempo mettete l’uvetta ad ammollare in acqua tiepida.

Frullate le mandorle. Tritate fichi e canditi e uniteli agli amaretti sbriciolati, insieme allo zucchero, il lievito, le mandorle, la farina e la cannella.

Strizzate bene l’uvetta e unitela al composto. Aggiungete gli albumi non montati.

Formate dei piccoli rombi con le mani e metteteli su una placca ricoperta da carta forno. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti.

Al termine della cottura, sfornate il pane dei morti e lasciatelo raffreddare sulla placca.

Spolverizzate i biscotti con lo zucchero a velo prima di servirli.

Di solito vanno consumati un paio di giorni dopo la loro preparazione, se volessimo proprio fare le cose secondo tradizione. Qualora non li finiste tutti subito, li potrete conservare in una scatola di latta per un paio di giorni.

Happy Samhain ovvero il capodanno celtico

Mercoledì sarà il 31 ottobre e da qualche anno anche in Italia si festeggia Halloween. A Milano invece sarà Samhain, il capodanno celtico.

Samhain (Capodanno) insieme a Beltienne (Calendimaggio) dividono il calendario celtico in inverno e estate, oscurità e luce.

Lo sappiamo, prima di diventare romana, Milano è stata celtica. Abbiamo diverse leggende e alcuni luoghi che ce lo ricordano: la primavera, il Natale, l’agrifoglio, San Giovanni in Conca…ne abbiamo già parlato con il primo articolo di questo blog a dicembre dello scorso anno, vi ricordate?

Che dire: la leggenda narra che in questa notte il regno degli spiriti e delle fate rimanga aperto e pertanto può essere possibile fare degli incontri…

Se per caso non vi fanno paura i fantasmi, potete dirigervi in una di queste notti in piazza Santo Stefano. Proprio accanto a questa chiesa trovate San Bernardino alle Ossa. È una chiesa antichissima, sorta quando la zona era una realtà cimiteriale. Appena varcata la soglia, dirigetevi verso l’ossario sulla destra. Ecco, le vedete? Migliaia di ossa, femori, tibie e teschi alle pareti, tenute insieme solo da una retina piuttosto fine. Alcune sono state ordinate a formare una croce, altre invece sono tutte mescolate.

Bene, si narra che la notte dei morti, passando accanto si senta clangore di ossa. È il fantasma di una bambina che balla una danza macabra insieme a tutti gli altri morti.

Pertanto, se volete immergervi nella tradizione celtica non vi rimane che mettere una moneta (meglio d’argento) sotto lo zerbino di casa per 30 giorni e raccogliere ghiande da donare agli amici.

Happy Samhain

I resti del vecchio cinema Astra

Chi come me è nato negli anni 70, non può non ricordarsi di un Corso Vittorio Emanuele ricco di cinema. C’è n’era una lunga infilata, su entrambi i lati, fino ad arrivare in Piazza San Babila. Al momento resiste solamente il multisala dell’Odeon, sperando che le sue luci si spengano il più tardi possibile.

Al posto del negozio Zara c’era il bellissimo cinema Astra, che fu inaugurato durante la guerra nel 1941. Aveva più di 1000 posti e nei sotterranei era presente un rifugio antiaereo. Fu acquisito negli anni 50 dalla MGM (quella del leone che ruggisce per intenderci) che ne fece una sala all’avanguardia.

I tempi poi cambiarono, il cinema chiuse e lo spazio fu adibito a attività diverse. Da qualche anno al suo interno c’è Zara. Entrando nell’atrio circolare, sulle scale che una volta portavano alla galleria, adesso ci sono i manichini ma sulle pareti rimangono i mosaici che rappresentano paesaggi sognanti con una profusione di fiori, piante, un fiume che scorre, due gazzelle che corrono sotto una città fantastica, degli aironi che volano. E poi, sul soffitto c’è sempre lui, il caro vecchio lampadario in vetro di Murano.

Se siete interessati a questa chicca, fate come me; entrate e fotografate. Il personale all’ingresso non vi dirà nulla; magari se ne chiederà il motivo ma vi lascerà sicuramente fare.

L’origine di Milano

Questo bassorilievo che rappresenta la scrofa semilanuta è il simbolo di Milano per antonomasia.

Ovviamente, come sempre, esistono diverse leggende in merito. Una delle più accreditate fa risalire la fondazione di Milano al celta Belloveso. Belloveso arrivò in pianura padana in seguito ad un sogno: qui vide una scrofa con un particolare pelo lungo e fondò la città chiamandola Mediolanum (appunto semi-lanuta)

Un’altra leggenda racconta che nel 600 a.c la pianura padana era una zona estremamente paludosa, ricca di ghiande e di cinghiali i quali avevano la particolarità di avere un pelo piuttosto lungo. Il territorio era molto simile alla Gallia Antica. Una tribù di galli celtici intorno al 585 ac si mise in moto dalla loro regione verso questa pianura ricca di cinghiali, vestendone le pelli e appunto chiamandosi medio-lanuti.

Ci sono altre millemila leggende in merito, quello che vi posso dire però è che questo bassorilievo si trova sul Palazzo della Ragione, in Piazza dei Mercanti all’altezza del secondo arco.

Info: Metropolitana M3/M1 fermata Duomo

Il primo citofono di Milano

Se vi capita di fare un giro dalle parti di Palestro, potreste trovarvi davanti questo bellissimo citofono in bronzo.

L’opera è di Wildt e pare che sia stato il primo citofono di Milano. Si tratta di Palazzo Sola Busca e ci troviamo in via Serbelloni al 10.  Il palazzo è soprannominato dai milanesi “la cà de l’uregia” (trad. la casa dell’orecchio)

La tradizione racconta che se avete un desiderio e lo sussurrate all’orecchio lo stesso si avvererà.

Provare per credere!

È proprio un 48!

Quante volte ci sarà capitato di sentire questa espressione? Qui a Milano la usiamo spesso per indicare una situazione di caos assoluto, come quella vissuta durante le V giornate di Milano dal 18 al 22 marzo 1848

Quello che vedete in foto è un angolo di palazzo tra corso Venezia e via della Spiga. Mostra ancora i colpi delle cannonate ricevute dagli austriaci durante le V giornate appunto, così come si può leggere anche sull’iscrizione.