La Galleria Campari

Credo che questa sia la prima volta che usciamo ufficialmente dalla città. Ci troviamo a Sesto San Giovanni e andiamo a visitare la Galleria Campari, museo d’impresa dell’omonimo marchio.

Prima di tutto ripassiamo un po’ di storia dato che dei Campari ne abbiamo già parlato su questo blog.

Davide Campari è il primo nato in Galleria Vittorio Emanuele a Milano ed è colui che ha inventato a fine 800 il Cordial Campari e il Campari Soda, mentre il Bitter Campari viene inventato dal padre di Davide. Dal 1904 Villa Campari, oggi trasformata in ristorante, è stata la sede di rappresentanza del vecchio stabilimento che era stato aperto qui ancora nel 1860 per la presenza della ferrovia e dell’acqua. Nel 2005 viene trasferita la produzione in un altro sito e l’headquarter viene ristrutturato dall’architetto Mario Botta.

Campari è il 6° gruppo nel mondo come produttore di liquori. Lo stabilimento più grande si trova a Novi Ligure ma in totale sono 18. Nel 1995 inizierà a acquisire 40 diversi marchi come Aperol, Grand Marnier, Wild Turkey whisky, Skyy Vodka che fanno il 50% del fatturato.

La visita guidata è gratuita e bisogna mandare una mail per prenotarsi, in fondo vi lascio l’indirizzo. Quella che ho seguito io è stata condotta dal dottor Paolo Cavallo direttore della Galleria che ci ha accompagnato per le varie sale illustrandoci la storia del marchio attraverso le vecchie campagne pubblicitarie proiettate sui muri, i manifesti d’epoca, i calendari, gli oggetti di design come le bottiglie e i bicchieri.

Per prenotare mandare una mail a galleria@campari.com oppure visitare il sito internet https://www.campari.com/it

 

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Alla scoperta del teatro romano

L’anno scorso a ottobre sono andata a visitare i resti del teatro romano che si trovano per gran parte sotto Palazzo Turati, attualmente sede della camera di commercio.

In fondo, come sempre, vi metto le indicazioni di come fare a prenotare.

Parliamo un secondo di Palazzo Turati. Ce l’avete presente? La facciata che prospetta su via Meravigli ricorda un po’ il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Fu commissionato dai Turati mercanti di tessuti della zona di Busto. Nell’ultimo quarto dell’800 da mercanti si trasformarono in banchieri e nel 1880 erano proprietari di tutta l’area che andava da Palazzo Turati a Palazzo Mezzanotte in Piazza Affari. Il palazzo è alto 6 piani e ha fondamenta a – 20 metri

A quota – 3 metri furono trovati dei resti antichi durante i lavori di costruzione di alcuni edifici tra via Meravigli, via San Vittore al Teatro e piazza Affari. La scoperta fu fatta dal famoso archeologo Pompeo Castelfranco che disse di aver trovato un grosso dinosauro di epoca romana ma non riuscì a identificare il teatro. Negli anni 30 del 900, quando venne edificato palazzo Mezzanotte gli scavi vennero seguiti dalla dottoressa Alda Levi che al tempo era responsabile della regia sovrintendenza ai monumenti di Milano. Il suo progetto era quello di fare una grande area archeologica visibile a tutti i milanesi. Purtroppo a causa delle leggi razziali del 1938 non se ne fece nulla fino ad una decina di anni fa quando l’area fu aperta.

Vi racconto il teatro: aveva una capienza di 8.000 posti su una città di 18.000 abitanti! Era alto 20 metri e lungo 95 per una superficie di 450 metri quadrati. Le mura erano alte circa 7 metri ed era tutto in marmo bianco mentre le fondamenta erano in sassi, pezzi di mattoni, ghiaia e ciottoli. Dato che il sottosuolo di Milano non è stabile, il tutto andava consolidato con pali di legno di quercia in orizzontale e verticale, così come riportato nel trattato di architettura di Vitruvio.

Il teatro fu costruito ai tempi di Augusto e probabilmente ospitò spettacoli fino alla fine del IV secolo quando la discesa del Barbarossa a Milano ne segnò la fine. Dell’epoca romana non è rimasto tantissimo considerando che in città erano presenti un palazzo imperiale, il circo, l’anfiteatro, le terme erculee, il foro e appunto questo teatro; purtroppo però gli Unni di Attila prima, i Longobardi dopo e infine il Barbarossa dopo un assedio durato 6 mesi lasciarono ben poche tracce.

Per prenotare dovete mandare una mail al seguente indirizzo: teatroromano@mi.camcom.it La visita è gratuita, o per lo meno lo era lo scorso ottobre. Vi immergerete in un viaggio nel tempo davvero affascinante. Si tratta di un museo sensibile, verrete accompagnati nella visita da suoni, odori, immagini…Fatemi sapere poi

L’ingresso, come ricorda la toponomastica è in via San Vittore al Teatro.

 

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La Santa Maria Bambina

Rieccomi qua finalmente. Chi mi segue anche sulla pagina facebook sa che 10 mesi fa ho avuto un bimbo e da allora le mie giornate sono state una centrifuga. Onestamente pensavo che sarebbe bastato essere persone organizzate ma, non è così.

Comunque, bando alle ciance. Partiamo da una tradizione molto milanese, la vedete nell’immagine di copertina.

Se penso alla camera da letto di mia nonna mi vengono in mente sicuramente lo scrigno che conteneva la caramelle al Fernet e le Rossana, la Madonna con il bambino che si accendeva sopra la testata del letto e poi lei…lì sul comò la statuetta della Maria Bambina.

Vi dico la verità, quando ero piccola mi faceva un po’ impressione vederla lì in cera,  con l’aspetto di una neonata, il corpo immobilizzato da fasce strette e decorata con pizzi e merletti sotto una campana di vetro. Ne avete mai viste? Magari qualcuno ce l’ha ancora a casa, da qualche parte.

Perchè ve ne parlo? Perchè proprio in centro, in via Santa Sofia, c’è il Santuario di Maria Bambina. Il simulacro qui contenuto risale alla prima metà del 1700 ed è opera di Suor Isabella Chiara Fornari. A metà dell’800 la statuetta viene affidata alle suore della Carità che nel 1876 la porteranno in Santa Sofia.

Domani 9 settembre si commemora l’anniversario del primo miracolo avvenuto 135 anni fa quando la malata Giulia Macario chiedendo la grazia al santo simulacro guarì perfettamente nel giro di pochissimo tempo.

Se passate in via Santa Sofia al 13, fateci caso, c’è una targa su un anonimo palazzo con l’indicazione del Santuario; come spesso accade non è subito visibile ma vale la pena andare a vederlo

La fotografia di copertina rappresenta la Santa Maria Bambina originale, me l’ha prestata la mia amica Maria Teresa Ioannisci. Grazie di cuore, a buon rendere.

Spero di ricevere i vostri commenti.

Buona lettura Ilaria (e Lorenzo)

 

 

 

 

Un tesoro nascosto: Palazzo Edison

Oggi andiamo a visitare uno di quei palazzi normalmente chiusi al pubblico o aperti solamente in occasioni speciali. In questo caso si trattava dell’apertura straordinaria delle giornate FAI d’autunno.

Per le foto dobbiamo ringraziare la mia amica Nadia Bergamin, sono tutte sue. In quel periodo aspettavo Lorenzo e per questo motivo non ero riuscita ad andare; c’ero stata diversi anni prima e avevo seguito una visita molto interessante sulle vetrate a cupola del palazzo.

Dunque, avviamoci. Ci troviamo in Foro Bonaparte al 31 e stiamo per varcare la soglia di Palazzo Edison che fu costruito ancora nell’1891 ma che divenne sede della società solamente nei primi anni 20 del 900.

Cosa ve ne pare? Già solo i pavimenti in marmo e le balaustre in ferro della ditta Mariani Secchi e C valgono la visita. Alle pareti ci sono diversi busti e bassorilievi che rappresentano i protagonisti legati alla storia della società, e su una parete una pittura indicante la mappa degli impianti della società per i primi 50 anni di attività.

Arriviamo al dunque però: ci sono 3 bellissime vetrate al primo piano. Si dice che siano tra le più grandi al mondo e coprono la sala degli azionisti e la sala degli analisti. Sono opera della ditta Corvaya-Bazzi & C. di Milano e sono state realizzate nel 1922.

Al secondo piano, nella sala del consiglio, addossata ad una parete c’è una fontana di marmo verde sulla quale è inciso il Cantico di San Francesco. Pare che oltre ad avere una funzione decorativa servisse ad assorbire il fumo dei sigari e delle sigarette durante le riunioni.

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L’orto botanico di Brera: un giardino segreto

Se come me siete sempre alla ricerca di posti poco conosciuti, potete fare due passi all’orto botanico di Brera! Finalmente la scorsa estate, complice un’amica, l’ho visitato e credo di essere entrata da via Gabba; dico credo perché non è così semplice trovare l’ingresso ma, una volta superata la soglia vi troverete immersi in un’atmosfera romantica, così lontano dalla frenesia della città pur essendo in pieno centro.

L’ingresso è libero ed è presente una piccola saletta espositiva. Fu voluto ancora da Maria Teresa d’Austria nel 1774 per farne un punto di studio della facoltà di medicina. Si tratta di 5.000 metri quadrati nei quali si può passeggiare, leggere un libro, riposarsi… Il mio consiglio è quello di rifugiarvi verso il fondo, dove alcuni alberi ad alto fusto riusciranno a ripararvi dalla canicola dandovi una sensazione di immediato ristoro.

Da pochi anni è stato restaurato, sistemando le aiuole come erano ai tempi di Maria Teresa e mantenendo i muri in mattoni originali. Tra le architetture storiche troverete due vasche ellittiche del 700, una serra ottocentesca oggi usata dall’Accademia delle Belle Arti e una piccola specola.

Il simbolo di questo giardino segreto è un Ginko Biloba, ne potrete ammirare 2 ancora di fine settecento all’interno.

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La Barbajada

Si lo so è la Vigilia di Natale ma non potevo lasciarvi senza il consueto articolo del lunedì. Conoscete la Barbajada? La maggior parte dei milanesi non se la ricorda quindi, qualora il nome non vi dicesse nulla, siete in ottima compagnia. Fu inventata a metà dell’800 da Domenico Barbaja e servita da allora in tutti i bar e le caffetterie milanesi. Di Domenico Barbaja abbiamo già parlato un paio di settimane fa, vi ricordate? Quando abbiamo parlato del Museo della Scala. Domenico Barbaja oltre che aver scoperto Rossini è noto per aver fondato il caffè dei Virtuosi. Agli inizi della sua carriera invece era un semplice garzone e cameriere e fu il primo a servire quella che sarebbe diventata una bevanda famosissima nel centro di Milano.

Ad oggi forse, è ancora possibile ordinarla in alcune pasticcerie storiche, io lo scorso anno sono andata da Sant’Ambroeus, aperta ancora nel 1936. Si trova in Corso Matteotti al numero 7, nel palazzo costruito da Emilio Lancia. Gli arredi sono originali, i lampadari di Murano, i divani in pelle, i tavoli di legno. Tutto trasuda eleganza e prestigio e la loro cioccolata è una delle più buone che abbia mai assaggiato: densa e già zuccherata noi l’avevamo accompagnata con della pasticceria mignon.

Vi lascio la ricetta della barbajada:

Ingredienti per 4 persone: 4 cucchiaiate di cacao amaro, zucchero a piacere, mezzo litro di latte freddo, quattro tazzine di caffè bollente, panna montata, biscottini lingue di gatto o savoiardi o biscotti secchi.

In una casseruola stemperare il cacao con poca acqua, poi unirvi il latte e il caffè sbattendo bene con una frusta; mettere su fuoco dolce e sempre sbattendo portate quasi a bollore, sino a quando si formerà in superficie una schiumetta bianca. Versare il composto in quattro tazze, decorare con un ciuffo di panna e servire subito la bevanda ben calda accompagnata con i biscotti prescelti.

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Per domani, buon Natale a tutti.

San Maurizio al Monastero Maggiore

Non so se avete mai visitato San Maurizio al Monastero Maggiore, ma se ci state pensando e la vostra risposta non è un immediato si, probabilmente non avete mai varcato la soglia. Ci troviamo in Corso Magenta, proprio accanto al museo archeologico, del quale parleremo più avanti quando affronteremo il discorso “Milano Romana”.

Vediamo un po’ la storia e poi entriamo, rimarrete sicuramente a bocca aperta, ve lo prometto!

Si conosce pochissimo della committenza. Viene affidata a Gian Giacomo Dolcebuono, lo stesso della tribuna del Duomo e della Chiesa di Santa Maria presso San Celso coadiuvato dall’architetto Giovanni Antonio Amadeo. Nel 1506, muore il Dolcebuono ma lascia progetti molto precisi cosicché in pochi anni viene costruita.

La storia è legata alle monache benedettine: il convento era tra i più grandi e importanti della città, per questo ebbe il nome di monastero maggiore. Alla fine del 700 Napoleone dichiara la chiusura di tutte le chiese, monasteri e molti beni furono spediti in Francia. La chiesa fu lasciata nell’incuria e fu usata come magazzino. Viene restaurata a metà degli anni 80 del secolo scorso grazie ad una donazione ancora oggi anonima e alla BPM.

La facciata è in pietra grigia di Ornavasso mentre sotto la chiesa scorre il Nirone e questo è il motivo per il quale gli affreschi nella parte bassa sono in parte rovinati.

Su, varchiamo la soglia. L’interno è a navata unica con 10 campate divise in due da una parete divisoria. Si tratta di una galleria di opere d’arte del Luini del quale si sa poco della prima formazione ma che sicuramente ha studiato sui lavori di Leonardo. La parete centrale è interamente opera sua, sia davanti che dietro.

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Le monache benedettine erano di clausura e infatti c’è una grata tra la parte adibita alle monache e l’aula dei fedeli. Al tempo c’era un varco molto ampio chiuso solamente da un tendaggio ma nel periodo della controriforma si pensò che lo spazio aperto fosse troppo ampio e pertanto fu ridotto con l’aggiunta della grata. Della seconda metà del 500 la tela di Antonio Campi con l’adorazione dei magi.

La famiglia Bentivoglio di Bologna commissiona a Bernardino Luini la facciata. Il figlio Alessandro era governatore di Milano ed era sposato con Ippolita Sforza. Ve la descrivo brevemente, in modo che quando entrerete non vi perderete nemmeno un particolare.

La lunetta di sinistra: in ginocchio in abiti scuri è Alessandro Bentivoglio, il committente, che viene raffigurato giovane anche se in realtà all’epoca avrebbe dovuto essere sulla sessantina mentre nella lunetta di destra vengono rappresentate Santa Agnese, Santa Scolastica e Santa Caterina d’Alessandria. Inginocchiata Ippolita Sforza moglie di Alessandro Bentivoglio. Sotto questa lunetta troviamo il Cristo e sotto ancora una piccola finestrella per comunicare con le monache.

Quadrato centrale in alto: si tratta dell’Assunzione in cielo della Vergine circondata dagli angeli in gloria e sotto gli apostoli. A sinistra vediamo San Maurizio con la tunica azzurra mentre a destra troviamo sul podio ancora San Maurizio mentre sotto di lui con il modellino di una chiesa in mano è San Sigismondo che si è convertito grazie a San Maurizio.

Le cappelle sono tutte meravigliose ma vi voglio raccontare di quelle a destra della grata.

La prima è la cappella Besozzi, interamente decorata dal Luini. La scena principale è la rappresentazione di Cristo alla Colonna. Avete notato il sangue che scorre sulla colonna? Giovanni con Maria e le pie donne al sepolcro. A sinistra e a destra Santa Caterina con il suo martirio. Il Luini aveva già dipinto a Monza, a villa Pelucca, una Santa Caterina di Alessandria ricomposta in volo. Ha fatto discutere il fatto che nel viso della Santa fosse ritratta la duchessa di Challon che era stata giustiziata sulla piazza a Milano. Nella parte alta invece, i simboli della passione quindi i chiodi, le spine e al centro il Dio Padre. La seconda è la cappella della Deposizione a memoria di Bernardino Simonetta vescovo di Perugia e imparentato con Ippolita Sforza. Opera di Callisto Piazza. A sinistra possiamo ritrovare San Giacomo e San Lorenzo, mentre a destra San Giorgio con il drago mentre la terza è la cappella di San Paolo che venne affrescata a Ottavio Semino ed è dedicata alla predica di San Paolo.

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Le cappelle a sinistra della grata sono state affrescate probabilmente dai figli del Luini che però non sono mai arrivati all’abilità del padre.

Invece, giriamoci verso la controfacciata che è stata interamente dipinta da Simone Peterzano allievo del Tiziano e maestro di Caravaggio…così per fare due nomi! A sinistra la paternità e a destra il sacro e il profano, sotto l’antico e il nuovo testamento.

Bene, adesso che ci siamo lustrati gli occhi per bene possiamo passare nell’aula delle monache da quel passaggio che trovate lì a sinistra.

In quel bel soffitto blu puntellato di stelle è raffigurato Dio Padre benedicente con i 4 evangelisti e gli angeli. L’opera è stata attribuita alla bottega del Foppa, è la nostra immagine di copertina.

Non vi voglio ammorbare ulteriormente spiegandovi per filo e per segno tutti i santi e le opere che vedrete in questa parte dedicata alle monache ma, almeno due parole sull’organo che è opera della famiglia Antegnati nota all’epoca per la produzione di questi strumenti. Raffigurati nelle ante fuori San Maurizio e San Sigismondo mentre all’interno Santa Cecilia e Santa Caterina e sull’ultima cena in fondo alla chiesa. Come potete notare è diversa da quella del Cenacolo Vinciano. Qui Giuda è rappresentato con il sacchetto di monete e a destra della porta possiamo vedere la cattura di Cristo. Proprio alla sua sinistra è raffigurato ancora Giuda con il suo sacchettino; ci avevate fatto caso?

44986999_10213224358586949_5330829737537306624_n A sinistra invece la cappella del diluvio universale che ricorda i bestiari medievali; è attribuita a uno dei figli del Luini ma non è certo.

Vi lascio qualche foto. Ci troviamo in Corso Magenta e ultima chicca, nei mesi di maggio giugno è possibile ascoltare dei concerti di musica classica presso questa chiesa. Andate a visitarla mi raccomando, perchè per quanto ve ne possa parlare nulla è il confronto con quello che vedranno i vostri occhi.

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Il teatro della Scala e il suo museo

Come capirete questo mese il blog sarà dedicato alle tradizioni meneghine di dicembre e pertanto non possiamo fare a meno di parlare della Scala e del suo museo. Ieri c’è stata la prima con Attila con la direzione di Riccardo Chailly della quale avrete sicuramente letto o visto al telegiornale, ma a noi in questo momento interessa poco.

Io credo che il teatro della Scala sia una delle cose più belle in assoluto. Ho avuto la fortuna di frequentarlo per un periodo trovando posto sia in platea che sui palchi, sia per il balletto classico che per l’opera e ogni volta che varchi la soglia respiri quell’aria di eleganza, perbenismo, vecchi fasti, tutto quello che per noi meneghini è la tradizione.

Non è sempre stato così, anzi a dire la verità è sempre stato completamente diverso l’atteggiamento di chi frequentava questo teatro ai tempi. Vi racconto un po’ la storia e poi vi lascio qualche foto a corredo.

Ci troviamo nel 1776 quando il vecchio teatro della Scala prende fuoco, d’altra parte era fatto totalmente in legno e si trovava da un’altra parte rispetto a dove lo conosciamo oggi, era dalle parti di Palazzo Reale. Ferdinando d’Austria (sempre gli austriaci) incarica pertanto il Piermarini di ricostruirla ma che abbia una struttura anti-incendio questa volta. I luoghi tra i quali scegliere per costruire questo nuovo teatro erano principalmente 3:

  • La zona del Castello dato che quest’ultimo non versava in splendide condizioni
  • La Guastalla
  • L’attuale piazza della Scala dove però sorgeva la chiesa di Santa Maria della Scala fatta erigere da Beatrice Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti. Come vediamo oggi fu deciso di abbattere la chiesa per far posto al teatro e 2 anni dopo ci fu l’inaugurazione del nuovo teatro della Scala.

A quell’epoca i palchi erano principalmente privati e ognuno poteva arredarseli come voleva. Si poteva cucinare, si urlava da palco a palco e non c’era nessun rispetto per i cantanti ai quali venivano richiesti anche 4 o addirittura 5 repliche. Per non parlare poi del fatto che non c’erano i bagni a teatro…si racconta addirittura di un toro inseguito da cani in platea…Ferdinando si vede quindi costretto a emettere delle grida dove si fa divieto di cucinare, di svuotare i pappagalli in platea e per i più turbolenti la prigione sotto alla platea dove venivano chiusi a chiave. Ci pensavate?

Nel 1883 alla Scala arriva la luce elettrica. Il lampadario attuale è da 400 luci. Quello che conosciamo oggi purtroppo non è quello originale ma una copia. L’originale era stato smontato durante la guerra per salvarlo e ricoverato in una cantina che fu poi bombardata.

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Nel 1897 la Scala dovette chiudere, riaprirà solamente il 26 dicembre del 1898 con un’opera diretta da Arturo Toscanini, terribile direttore d’orchestra che vieterà entrare in ritardo, i bis e i cappelli e le pellicce per le signore; lascerà il teatro agli inizi del 900 per dissapori con il pubblico.

Fino al 1951 la prima della Scala si è sempre fatta a Santo Stefano, è cosa abbastanza recente pertanto fare la prima il giorno di Sant’Ambrogio.

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Annesso al teatro della Scala vi consiglio di andare a vedere il museo del teatro che è del 1912/1913

Nella sala d’introduzione vediamo Verdi e sopra un ritratto del Piermarini. C’è una spinetta per insegnare alle fanciulle a suonare e un quadro di Domenico Barbaja prima cameriere e poi direttore del teatro di Napoli. È colui che scoprirà Rossini che poi sposerà sua moglie.

C’è la saletta della commedia dell’arte con alcune riproduzioni di Arlecchino e altre maschere, come la foto che ho allegato, potete poi passare alla saletta dell’esedra con le prime donne della stagione ottocentesca della Scala, insomma se siete interessati all’argomento non dovrebbe mancare questo museo che di solito è visitato da turisti stranieri ma pochi italiani lo conoscono.

 

Oh bei! Oh bei!

Il primo articolo di questo blog è stato sulle tradizioni del Natale, quasi un anno fa. Chi mi conosce anche nella vita reale sa che questo è il mio periodo preferito dell’anno, quindi parleremo ancora di Natale e delle sue tradizioni. Da venerdì 7 dicembre a lunedì 10 dicembre ci sarà la fiera degli Oh bei! Oh bei! Quest’anno ancora nei dintorni del Castello Sforzesco, il cui ingresso è gratuito e dove potrete trovare diversi espositori di fiori, giocattoli, dolci, caldarroste, vin brulè e miele, artigiani…

La fiera degli oh bei oh bei è pura tradizione meneghina, e da circa 5 secoli anticipa le festività natalizie. Certo con il tempo le cose sono un po’ cambiate. Da una ventina di anni c’è l’artigianato in fiera, ad ingresso gratuito nel nuovo polo fieristico di Rho/Fiera che consente di respirare il clima natalizio per circa una settimana e dove sicuramente troverete un sacco di idee da tutta Italia e da tutto il mondo per i vostri regali di Natale. Da qualche anno nei dintorni del Duomo sono anche arrivate le casette in legno, stile mercatini di Natale, dove potrete trovare altre idee per i vostri regali ma, io ho un animo romantico e sono legata alle tradizioni e quindi gli oh bei oh bei, anche se i tempi sono cambiati, rimangono i miei preferiti.

Il weekend è ovviamente quello nel quale si festeggia il nostro santo patrono Sant’Ambrogio e per anni, prima che si trasferisse qui al Castello erano le vie intorno alla Basilica omonima che ospitavano la fiera.

Ma che cosa significa l’espressione Oh bei! Oh bei!? E da dove arriva? La storia racconta che nel 1510 Giannetto Castiglione arrivò in città incaricato da Papa Pio IV per cercare di riaccendere la fede dei milanesi. Arrivato nei dintorni della città però, Castiglioni temette di non essere ben accettato dalla popolazione che non aveva mai manifestato tanta simpatia nei confronti del Papa, e poi eravamo proprio sotto la festa del Santo Patrono… Decise pertanto di portare con sé tanti pacchi pieni di giocattoli e dolciumi da distribuire ai bambini che appunto risposero con la frase oh bei oh bei che in italiano significa che belli che belli. All’epoca era tipico trovare sui banchetti le mostarde, i castagnacci e i firun che erano delle castagne cotte al forno con il vino bianco infilate in uno spago a mo’ di collana.

 

L’immagine di copertina è un quadro presente a Palazzo Morando del pittore Carlo Agazzi intitolato “La fiera degli Oh bei! Oh bei! del 1900.

Il cimitero Monumentale: il progresso

Ciao, oggi torniamo al cimitero Monumentale e vedremo un po’ di tombe relative ad un giro che avevo fatto tempo fa che aveva come argomento il progresso; che ve ne pare? Andiamo!

Ovviamente non possiamo parlare di progresso senza visitare il Famedio, del quale abbiamo già abbondantemente parlato nel tour che vi ho proposto a lui interamente dedicato il 18 luglio scorso.

Bene, affacciamoci allora. Lo vedete lì sulla destra? Si tratta del civico mausoleo Palanti che si trova nel riparto V spazio 83. L’architetto è Mario Palanti, socialista. Apre il sepolcro alla cittadinanza; si tratta di una sorta di Famedio di “serie b”. Sono sepolti qui, tra gli altri, Walter Chiari e Giovanni D’Anzi. Nel 1943 fu usato anche come rifugio di guerra.

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Rimanendo nel riparto V dirigiamoci verso lo spazio 86 dove incontriamo l’edicola Isabella Airoldi Casati dello scultore Enrico Butti. L’opera si intitola “Il sogno della morte” e raffigura una giovane nobile milanese morta all’età di 24 anni. Si tratta di una morte serena. Lo stile è realistico e l’addormentata è mezza nuda sotto le lenzuola. Non ha niente di macabro, il sogno della morte su tutto. A sinistra il lutto: lei contenta con gli angeli che la portano via. È un chiaro rimando alla letteratura romantica di Goethe e alla morte serena dell’Adelchi del Manzoni.

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Eccoci all’edicola Besenzanica, non potete non vederla, è quella sotto l’impalcatura da non so quanto tempo oramai. Ci troviamo nel riparto VI spazio 127 ed è, come quella di prima, dello scultore Enrico Butti. L’opera si intitola “Il lavoro” ed è in concessione alla famiglia Ligresti dal 2007. E’ la celebrazione del lavoro in due scene diverse, viene rappresentata la vita quotidiana. Il monumento ha un andamento ellittico ed è sia simbolista con il granito e la personificazione della natura che soffia che realista con la scelta del bronzo e la rappresentazione dell’agricoltura. Il padre era imprenditore siderurgico mentre il figlio era ingegnere.

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Ok lasciamo questa zona e dirigiamoci verso l’ossario centrale e poi la necropoli. Poco prima, nello spazio 1B, sulla sinistra c’è il bel monumento a Dina Galli dello scultore Brancini che si intitola “l’arte drammatica”. Dina Galli fu una delle prime eroine del cinema muto. L’attrice si copre il volto con una mano lasciando scoperti solo gli occhi, mentre nell’altra tiene una maschera, simbolo di tutti i personaggi da lei interpretati in vita.

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Questa è la parte più antica del cimitero. L’ossario centrale è una sorta di Famedio ma più in piccolo. Fino al 1930 questa era la chiesa cristiana e veniva utilizzata per le funzioni religiose ma poi, venne spostato tutto sotto il Famedio.

Superando l’ossario, sulla destra, c’è la lapide che ricorda il figlio di Mozart. Intorno alla necropoli la parte più antica del cimitero destinata alle cappelle di famiglia.

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Edicola Sonzogno ci troviamo nella necropoli nello spazio 157, l’architetto è Maciachini. I Sonzogno avevano una piccola tipografia e investirono nelle rotative. Furono i primi a far uscire una collana sui greci e sui latini con il testo a fronte, fecero poi una collana sulla musica e avevano in progetto di far uscire un’enciclopedia. Misero la cultura a disposizione di tutti. La loro edicola è un tempio classico. Venne bombardata nel 1943 e ricomposta 20 anni più tardi.

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L’edicola Bruni invece, si trova sempre qui in necropoli ma allo spazio 146. I Bruni erano grandi appassionati di archeologia e la loro edicola è legata agli scavi per il ritrovamento della Stele di Rosetta. In quegli anni si scoprì che il demotico e il geroglifico erano due grafie della stessa scrittura egizia: il primo veniva usato per i documenti ordinari mentre il secondo come iscrizione sui monumenti. Le citazioni sono puntuali: il serpente alato che tiene il libro dei morti, la Sfinge come a Giza a protezione della piramide e il libro dei morti come a Karnak. A sinistra i vasi canopi per contenere gli organi.

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L’edicola Bernocchi credo che sia una delle più note del cimitero monumentale. Siamo sempre in necropoli spazio 1A, l’architetto è Castiglioni. La famiglia Bernocchi è tra le più importanti di Milano, in ambito industriale. Fa soldi a palate e li reinveste nella comunità come da concezione asburgica dove chi aveva più soldi doveva fare del bene a tutti. È l’inventore degli istituti tecnici, istituisce la coppa Bernocchi nel ciclismo, inventa il made in Italy esportando all’estero e applicando la bandiera italiana ai suoi prodotti e alla sua morte lascerà 5.000.000 di lire per la promozione delle nuove arti. Nel 1933 con questo contributo molto sostanzioso l’architetto Muzio realizza la Triennale. Si tratta di una via crucis e ci riporta all’arte romana imperiale con le colonne coclidi.

Edicola Chierichetti necropoli spazio 185 dello scultore Wildt. Sono 16 croci ma il monumento non è terminato. Sulle croci dovevano essere inserite delle teste e al centro un ritratto della moglie del defunto. L’opera non fu mai terminata per mancanza di fondi.

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Ed eccoci al Tempio Crematorio che rappresenta la cultura illuminata. A fine 800 nasce la microbiologia. L’industriale protestante Keller, le cui ceneri sono custodite nella sua edicola negli acattolici, complice la laicizzazione del periodo e considerando che il Monumentale è un cimitero laico riceve il permesso di far costruire il tempio crematorio. Fu progettato da Maciachini ma fortemente voluto dall’industriale che raccolse i fondi. Quando morì lasciò nel testamento che voleva essere cremato e fu lui il primo con 280 fiammelle a gas.

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Andiamo adesso all’edicola Giudici nel riparto VII spazio 190 dell’architetto Paolo Mezzanotte. Nasce in maniera contemporanea come reazione all’industrializzazione ed è pieno liberty. Siamo nel 1905. Sopra il portale possiamo vedere una lunetta di mosaico dorato con fiori, frutti e racemi che simboleggiano il legame tra la vita e la morte.

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Terminiamo questo giro con l’edicola Campari e il monumento BBPR dei quali potete trovare la descrizione nel giro precedente di ottobre.

Spero vi sia piaciuto, ci vediamo magari nella bella stagione con altri itinerari nel cimitero.