Casa Campanini

Oggi ci troviamo in via Bellini e siamo alla scoperta di un altro gioiello liberty della nostra città. Davanti a noi spicca l’ingresso di casa Campanini, l’abitazione dell’architetto Campanini. Fu costruita nel 1904 e strizza un po’ l’occhio a Palazzo Castiglioni, del quale abbiamo parlato qualche settimana fa.

Le cariatidi in cemento ai lati del portone sono opera di Michele Vedani, sono meno imponenti di quelle presenti su palazzo Castiglioni ma non meno decorative.

Avevo avuto la fortuna di seguire una visita guidata sul liberty e grazie alla nostra guida siamo riusciti ad entrare in questo palazzo: il custode fu molto gentile a consentirci di guardare intorno e fare fotografie e quindi, vi porto con me!

Prima di varcare il cancello verde in ferro battuto opera del Mazzucotelli diamo un’occhiata alla facciata dove oltre alle cariatidi troviamo delle decorazioni in ferro anche sulle finestre e motivi floreali in cemento.

Ok ci siamo, abbiamo varcato la soglia e siamo nell’ingresso. Se alziamo gli occhi possiamo ben vedere la prima decorazione liberty: mazzi di ciliegie che adornano il soffitto. Attenzione, diversamente da altri palazzi milanesi, questo ha mantenuto gli interni originali, come i ferri della gabbia dell’ascensore, le pitture, gli arredamenti, i vetri colorati delle porte e le ceramiche.

Eccoci, andiamo a buttare un occhio alle scale dove possiamo ammirare diverse decorazioni sempre in stile floreale e alcune anche con motivi geometrici.

Infine una sosta nel cortile interno dove possiamo ammirare un bellissimo glicine addossato ad un’ala del palazzo; purtroppo quando sono andata io non era fiorito ma, fateci caso quando guardate le fotografie di Milano dove appare un grande glicine fiorito contro una parete giallina, di solito si tratta di questo albero!

Le facciate interne dei palazzi sono anche loro decorate, alcune hanno una greca nei colori del verde e azzurro con fiori e animali, altre sembrano campanelle, altre ancora hanno motivi floreali.

Bene, vi lascio qui ad ammirare il locale del custode con gli arredi originali e tutto l’apparato decorativo che non vi ho descritto.

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Ingresso con mazzi di ciliegie
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Locale del custode
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Decorazioni floreali cortile interno
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Cancello in ferro battuto
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Decorazione interna
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Vetri policromi originali
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Glicine
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Decorazione vano scale
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Decorazione vano scale
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Cortile interno
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Decorazione vano scale
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Decorazione cortile interno

La Madonna del grembiule

Anche oggi ci troviamo in una zona antichissima della città. Qui un tempo sorgeva l’antica porta Vercellina, nelle mura fatte erigere dall’imperatore Ottaviano Augusto. La zona è quella di via Brisa dove ci sono alcuni resti del Palazzo Imperiale di Massimiano ma, per essere più precisi ci troviamo nel vicolo di Santa Maria alla Porta.

Nel 600, in piena dominazione spagnola, venne affidato all’architetto Richini il mandato per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria alla Porta. Narra la leggenda che un operaio impegnato nella ricostruzione della chiesa, scrostando un vecchio muro scoprì il volto di una Madonna del 400, probabilmente addirittura della scuola degli Zavattari. Dopo aver pulito l’affresco con il grembiule che indossava guarì immediatamente dalla zoppia.

Per i milanesi il luogo diventò miracoloso e nel 700 fecero costruire la cappella dedicata alla Beata Vergine dei Miracoli soprannominata la Madonna del grembiule e la inglobarono alla chiesa preesistente.

Arriviamo poi alla seconda guerra mondiale. Sappiamo che Milano fu la città più bombardata d’Italia e questa zona non sfuggì certo all’offensiva. Nel 1943 una bomba rase al suolo la cappella e le case circostanti e l’edificio non venne ricostruito.

Per anni questa zona è stata lasciata all’incuria, c’era uno slargo che veniva utilizzato come parcheggio selvaggio e nulla di più. Grazie ai lavori di riqualificazione dell’area iniziati meno di 10 anni fa, è stato riportato alla luce questo pezzo di storia. Durante il restauro venne alla luce il pavimento originario in marmo policromo e l’affresco della Madonna del grembiule che era stato riparato da lastre di legno. Purtroppo per mancanza di fondi non si è potuto procedere con il restauro della pavimentazione e pertanto è stato ricoperto in attesa di tempi migliori. Nella pavimentazione però si possono vedere i segni dei bombardamenti e al centro un tondo con la data 1943: questo è il punto di impatto tra la bomba e la cappella.

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Alla scoperta di Villa Necchi Campiglio

Buongiorno a tutti. Oggi siamo a Villa Necchi Campiglio che fa parte del circuito delle case museo di Milano e che da qualche anno è diventata di proprietà del FAI.

Ci troviamo in via Mozart, praticamente all’interno del quadrilatero del silenzio. Ogni volta che varco quel cancello mi sembra che il tempo si sia fermato e io mi trovi negli anni 30 del 900! La villa fu costruita tra il 1932 e il 1935 su progetto del Portaluppi per i Necchi Campiglio che vollero far edificare la loro abitazione proprio in centro città. Ma chi erano i Necchi Campiglio? Angelo Campiglio e le sorelle Necchi erano esponenti dell’alta borghesia industriale italiana tra gli anni 20 e gli anni 60 del 900; di origine pavese producevano tra l’altro le famose macchine da cucire Necchi. Decisero di far costruire in questa zona la loro abitazione: una villa moderna e elegante dotata di ascensori, citofoni, bagni con vasca e doccia, campo da tennis e la prima piscina privata di Milano.

La casa, su più piani era così suddivisa: al piano sotterraneo la cucina, la dispensa e la sala da pranzo della servitù, al piano rialzato l’area giorno con la veranda giardino, la sala da pranzo, la biblioteca e lo studio di Angelo Campiglio, al primo piano la zona notte con le camere da letto e i bagni e nel sottotetto le stanze di servizio.

Al piano terreno la mia stanza preferita è sicuramente la veranda: le porte in ottone traforato permettono di far entrare la luce ma allo stesso tempo riparano dagli occhi indiscreti, ci sono marmi verdi e travertino, il divano a forma di S e le cornici delle finestre in bronzo. Eleganza e sobrietà doveva essere il motto delle sorelle Necchi.

I soffitti della sala da pranzo sono del Portaluppi e sono decorati con cieli stellati, caravelle, stelle che richiamano un po’ il lavoro appena concluso al Planetario.

Il salotto è stato modificato alla fine degli anni ’40 dall’architetto Tomaso Buzzi, al quale la famiglia si era rivolta per restaurare alcune stanze.

Lo studio di Angelo Campiglio è in legno di palissandro. La scrivania è qualcosa di eccezionale, di inizio 800 è di manifattura toscana. Si tratta di una scrivania da viaggio in quanto può richiudersi completamente, così come la sedia. Alle pareti De Pisis, Carrà, Casorati mentre il soffitto in stucco non è del Portaluppi.

Sempre al piano terreno possiamo vedere esposto un servizio da te progettato da Giò Ponti quando era ancora alla Richard Ginori.

Se adesso torniamo nell’atrio e prendiamo la scala con la balaustra e andiamo al piano superiore non possiamo che rimanere stupiti dagli appartamenti dei proprietari, dai locali destinati al guardaroba, dall’appartamento della guardarobiera, i bagni, l’appartamento del principe e quello della principessa.

La losanga era l’elemento caratterizzante del Portaluppi e infatti lo ritroviamo al primo piano su numerose porte.

Nell’appartamento di Nedda Necchi possiamo vedere il letto a baldacchino, gli armadi a losanga e se abbiamo la fortuna di trovarne qualcuno aperto possiamo ammirarne il guardaroba elegante. Come dicevamo sul piano troviamo anche gli appartamenti degli ospiti: quello più piccolo è detto l’appartamento del principe in quanto vi alloggiava Enrico d’Assia scenografo della Scala.

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Cielo Stellato del Portaluppi
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Studio di Angelo Campiglio
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Servizio da te di Giò Ponti
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Porta interna della veranda
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Piscina riscaldata
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Bagno in marmo
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Salotto
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Veranda giardino in marmo verde

 

Alla scoperta della Clinica Columbus

Buongiorno a tutti. Se vi ricordate qualche settimana fa abbiamo parlato delle due provocanti fanciulle poste su Palazzo Castiglioni e poi spostate alla Clinica Columbus. Eccoci qua oggi per vedere con i nostri occhi che cosa aveva dato così tanto fastidio ai milanesi dell’epoca.

Partiamo dall’inizio. Ci troviamo a pochi passi dal nuovo quartiere di City Life del quale parleremo nelle prossime settimane e più precisamente in via Buonarroti al 48. Il cancello è sempre aperto e pertanto non occorre sbirciare, possiamo tranquillamente entrare e guardarci in giro, così come ho fatto io la scorsa estate.

Si tratta di un bellissimo villino liberty denominato Villa Romeo Faccanoni dal nome dei proprietari. L’opera è sempre dell’architetto Sommaruga e venne costruita tra il 1912 e il 1914. Si trattava di più di 300 mq disposti su 3 livelli più la portineria e il giardino. Nel 1919 venne acquistata dall’ing. Nicola Romeo un imprenditore nel settore automobilistico. Aveva rilevato l’A.L.F.A (anonima lombarda fabbrica automobili) il cui stabilimento era al Portello, e la trasformò in Alfa Romeo.

Le decorazioni sono in ferro battuto di Mazzucotelli e come spesso accade possiamo rimanere ammirati dalle sue farfalle e insetti. Degna di nota è anche la scalinata d’ingresso. Le due opere di Ernesto Bazzaro, la pace e l’industria le potete trovare sul retro del palazzo

Dal 1949 la villa ospita la clinica Columbus il cui nome deriva dal Columbus Hospital fondato a New York da Francesca Cabrini per gli emigrati italiani. L’ampliamento, della fine degli anni 30, è opera di Giò Ponti.

 

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La storia millenaria del Santo Sepolcro

Oggi torniamo alle solite nostre cose, siamo a scoprire un luogo sconosciuto alla maggior parte dei milanesi.

Ci troviamo tra la biblioteca Ambrosiana e il Duomo, dove un tempo sorgeva il foro romano. Siamo nel vero centro cittadino, dove il cardo si incontra con il decumano. Qui si batteva moneta e lo vediamo dalla toponomastica (via Moneta, via della Zecca), c’erano le terme cittadine (Via Bagnera) e c’era il mercato (via della Balla o Palla).

Si tratta della Chiesa del Santo Sepolcro, la cui cripta è stata riaperta qualche anno fa dopo circa 50 anni di abbandono. La sua storia si perde nei secoli. Le sue origini sono del 1030 e nasce con una dedicazione diversa, per la Santissima Trinità

Viene fatta costruire da Benedetto Rozo, monetiere di Milano, come cappella privata nei possedimenti della sua famiglia. Ha una struttura particolare rispetto a quelle presenti nel Nord Italia: c’è un avancorpo addossato alla chiesa per ospitare le corti carolinge e all’interno delle due torri ci sono delle scale a chiocciola per permettere loro di salire alla balconata principale.

La vita di questa chiesa è legata alla figura del vescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, che messo in prigione dall’imperatore viene liberato a furor di popolo. La sua figura è importantissima per la città in quanto afferma la centralità della chiesa. Per varie vicissitudini sulla chiesa cala l’interdetto e dal 1075 scompare. Ricompare nel 1099 con il nome del Santo Sepolcro. Viene riconsacrata il 15.07.1011 dall’arcivescovo Anselmo IV da Bovisio, al Santo Sepolcro di Gerusalemme che era stato liberato nel corso della prima crociata. L’arcivescovo Anselmo istituisce una processione per tutti quei fedeli che non potevano andare in Terrasanta: partivano pertanto da Santa Tecla e arrivavano al Santo Sepolcro e serviva alla remissione di un terzo dei peccati.

Durante il suo secondo soggiorno a Milano anche Leonardo da Vinci si interessa alla chiesa. Nel 400 disegna delle piante della città e colloca il Santo Sepolcro proprio nel centro cittadino, negli spazi del Foro

Ma non è finita qui. La storia della nostra chiesa si arricchisce di un altro personaggio importante per Milano: San Carlo Borromeo. Chiude il Concilio di Trento e arriva a Milano con il compito di riavvicinare i milanesi alla Chiesa. Rivolge la sua attenzione al Santo Sepolcro facendone una chiesa di pellegrinaggio, una sorta di Sacro Monte cittadino e nel disegno iniziale dovevano essere erette 24 cappelle dedicate alla Passione. Di questa idea ne possiamo vedere una piccola parte in chiesa con i due gruppi scultorei in terracotta: la lavanda dei piedi nell’abside a sinistra e Gesù dinanzi a Caifa nell’abside di destra. Fonda la congregazione degli Oblati di Sant’Ambrogio e il Santo Sepolcro ne diventa la sede.

Al piano inferiore la cripta copre la superficie della chiesa superiore. Il pavimento è in marmo di Verona ed è quello dell’antico foro romano infatti se guardate bene potrete scorgere i solchi delle ruote dei carri Qui San Carlo Borromeo veniva a pregare e definiva questo posto come l’ombelico della città. Nella cripta possiamo ammirare una bellissima statua raffigurante San Carlo Borromeo in preghiera davanti ad una copia del sepolcro di Cristo che è stata realizzata nel 300 da un maestro campionese. Secondo la tradizione pare che raccolga la terra prelevata dalla Terrasanta durante le crociate. Oltre la grata si può vedere il sarcofago della benefattrice Cornelia Lampugnani Rho che da 400 anni riposa in una stanza accanto alla cripta senza che nessuno vi abbia mai varcato la soglia.

La cripta al momento è ancora chiusa ma l’ingresso è in piazza Santo Sepolcro dalla Sala Sottofedericiana alla Biblioteca Ambrosiana

Spero di avervi incuriosito con questo mio breve racconto. La storia della Chiesa è lunghissima, e la Cripta merita sicuramente una visita.

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Il cielo coperto di stelle
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Tomba della benefattrice Lampugnani Rho

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Pavimento del foro con segni dei carri
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Le croci sulle colonne indicano la consacrazione dell’area
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Cripta con le colonnine originali
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Materiale di reimpiego

Alla scoperta di Porta Nuova

Questa settimana cambiamo totalmente argomento e andiamo a conoscere uno dei nuovi quartieri di Milano. Siamo in porta Nuova e alle nostre spalle abbiamo Corso Como, una strada di poco meno di 300 metri che ancora in epoca romana serviva per raggiungere la città di Como.

L’area ha subìto negli anni diverse trasformazioni, la prima quando nel 1865 venne costruita la stazione ferroviaria che ha di fatto creato un taglio tra il centro e il quartiere dell’Isola. A metà degli anni 2000 invece, la seconda ristrutturazione dell’area e la costruzione del complesso Porta Nuova.

Perché ne parliamo? Semplicemente perché magari non avete fatto caso a tutta una serie di cose oppure come me siete curiosi di saperne il più possibile. Bene, andiamo

La prima opera che incontriamo è la voce della città di Alberto Garutti, professore di Brera. Si tratta di 23 tubi in alluminio ossidati in ottone che ricordano delle trombe. Serve a mettere in comunicazione la città sotterranea con quella sovrastante.

Area Cesar Pelli progettata dall’argentino Cesar Pelli. Si tratta di un’area pedonale per passeggiare, incontrarsi. Nasce dall’idea dell’agorà greca. La piazza è sopraelevata di 6 metri e ha una forma ondulata con panchine e fontane che ricordano i giardini pensili romani. Al centro della piazza il solar tree progettato da Artemide. Si illumina con la luce del giorno.

L’Unicredit Pavillon è stato realizzato un po’ prima di Expo dall’architetto Michele de Lucchi, lo stesso del padiglione Uno. Il legno è il suo materiale preferito e si tratta di uno spazio polifunzionale. A forma di seme da cui può nascere qualcosa con l’obiettivo di crescita culturale dell’area.

Piazza Alvar Aalto progettata dallo studio Arquitec Tonica di Miami. Hanno giocato sui materiali e sui colori. Concept americano di appartamenti e spazi comuni. La tre torri Solaria, Solea e Aria hanno i vetri opachi nella parte bassa e trasparenti sopra.

Da qui possiamo ammirare il bosco verticale di Stefano Boeri. Si tratta di un complesso di due torri residenziali che ospitano circa 800 piante con l’idea di eliminare parte dell’inquinamento. Nella parte alta, delle gru servono alla manutenzione del verde. Il progetto è “una casa per le piante che ospita anche le persone” e infatti anche i materiali, come il gres porcellanato delle pareti, è stato scelto perché riprende il colore della corteccia degli alberi.

 

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Bosco Verticale
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Le voci della città
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Le torri Solaria, Solea e Aria
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Unicredit Pavillon

Un tesoro nascosto: Palazzo Castiglioni

Buongiorno a tutti. Oggi voglio portarvi a visitare la famosa Cà di ciapp o per chi non è milanese Palazzo Castiglioni. Si tratta di un palazzo costruito nel giro di 2 anni in stile liberty, situato in corso Venezia e appartenuto per l’appunto a Ermenegildo Castiglioni.

Perché ne parliamo? Beh prima di tutto è stato l’emblema del liberty italiano e milanese, il primo edificio costruito in uno stile completamente nuovo per l’Italia e secondariamente perché fece molto scalpore, così tanto che persino la rivista satirica Guerin Meschino pubblicava delle vignette dove il popolino milanese era scandalizzato.

Andiamo con ordine però. Come vi dicevo siamo in una zona dove gli industriali stavano facendo costruire i loro palazzi in stile neo classico. Ermenegildo Castiglioni però, che aveva ereditato un’ingente fortuna dal nonno, decise di farsi costruire un palazzo completamente diverso da tutti gli altri, in uno stile floreale, ricercato come andava di moda in Europa a quel tempo. Il palazzo venne costruito tra il 1901 e il 1903 dall’architetto Giuseppe Sommaruga e richiama un po’ l’art nouveau tedesca/viennese.

La facciata è asimmetrica e giocata sui contrasti di materiali e di colori. Ad altezza uomo abbiamo della roccia, il serizzo della Valsassina e al suo interno si aprono delle finestre a oblò riccamente decorate in ferro. Al secondo e terzo piano ci sono delle lunghe finestre mentre l’ultimo piano presenta delle logge. Il portone è quello che ci riporta al titolo: qui Ernesto Bazzaro aveva posto ai lati dell’ingresso le statue della Pace e dell’Industria, due donne molto formose e praticamente seminude. I milanesi pertanto soprannominarono subito il palazzo come Cà di ciapp, la casa delle chiappe ma così tanto scalpore fece che ben presto vennero spostate da un’altra parte, alla clinica Columbus in via Buonarroti.

Oltre a queste due statue però è degno di nota l’apparato decorativo con fiori, le api che indicano laboriosità sul cornicione, e i putti in cemento che vennero messi sul portone. La cancellata poi era all’avanguardia, in quanto si abbassava fino a scomparire. Profusione di ferri, di decorazioni, i pavoni nell’omonima stanza che sono un animale simbolo di questa corrente.

Il palazzo fu poi ceduto alla Confcommercio che ne fece una trasformazione radicale. Sono rimasti intatti lo scalone interno, la sala dei pavoni, la veranda con la carta da parati e il giardino interno.

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Sala dei pavoni
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Finestra a oblò
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Fiori in ferro battuto
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Retro

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Scalone
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Veranda
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Decorazione
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Velario

Vi lascio qualche foto. Di solito si può entrare tramite visita guidata.

Alla scoperta della vigna di Leonardo

Oggi andiamo a visitare una delle mie zone preferite di Milano, quella che si snoda intorno a Corso Magenta e entreremo nella casa degli Atellani a vedere la famosa vigna di Leonardo.

L’abitazione si trova proprio di fronte a Santa Maria delle Grazie e non è un caso. Si tratta di un palazzo del 400 circa restaurato e ristrutturato dal Portaluppi nei primi anni del 900.

Ma andiamo con ordine e immergiamoci brevemente nella vita che si svolgeva al tempo di Ludovico il Moro. Partiamo con il dire che qui si era in aperta campagna, zona di borghi dove l’economia era trainata dalla seta e dai vigneti. Il signore di Milano sogna per questa zona un quartiere residenziale alle porte del Castello dove alloggiare i principali cortigiani. Fa erigere Santa Maria delle Grazie come mausoleo del casato e chiama Leonardo da Vinci per affrescarne il refettorio. Pensa di costituire un borgo Sforzesco per i suoi funzionari aprendo la nuova San Vittore in asse con la pusterla di Sant’Ambrogio, e a fine 400 regala al nobile Giacomotto Atellani (suo cortigiano fedele) questa famoso palazzo. Gli Atellani abitarono qui fino al 17° secolo. Il palazzo passerà poi di mano fino al 1919 quando venne acquistato dal senatore Ettore Conti che affiderà al genero Portaluppi la totale ristrutturazione.

Durante la visita di questo luogo nascosto potrete ammirare gli appartamenti ristrutturati. Il Portaluppi infatti in 3 anni di lavoro trasforma le due abitazioni in un’unica struttura abbattendo alcuni muri e creando un solo ingresso. Il portico è in stile bramantesco e dai lavori emergono diverse pitture.

La stanza dello Zodiaco non si sa chi l’abbia dipinta. Nelle volte sono rappresentati i pianeti e sotto i segni zodiacali. Sulle pareti le stagioni, la carta geografica dell’Italia e i venti mentre sul pavimento i segni zodiacali e i pianeti. È la sala della commistione tra antico e moderno.

La sala dello scalone è la sala dove il Portaluppi realizza la scala di collegamento tra il piano superiore (sala degli specchi, del biliardo, da pranzo) con il pian terreno

Lo studio di Ettore Conti uno dei personaggi più importanti del 900. Magnate dell’industria elettrica italiana con il genero costruisce diverse centrali idroelettriche nelle valli alpine. Primo presidente dell’Agip, presidente di Confindustria e della Banca Commerciale è uno dei pochissimi italiani che non si faceva intimidire da Mussolini. Ha ristrutturato 2 volte la chiesa di Santa Maria delle Grazie pagandone la ricostruzione dopo i bombardamenti. Sopra il camino è esposto lo stemma di alleanza tra Cristina di Danimarca e Francesco II Sforza.

Il giardino era già stato ristrutturato dai precedenti proprietari, il Portaluppi lo ridisegnerà in maniera ottocentesca immaginando un viale costeggiato da cipressi, anfore vasi e fontane. Colloca una meridiana sulla parete e un astrolabio. E in fondo al giardino eccola spuntare: la vigna di Leonardo. Proprio quella vigna che Ludovico il Moro aveva donato a Leonardo in risposta alle lettere di sollecito che riceveva per il mancato pagamento del Cenacolo. Su questo terreno Leonardo avrebbe potuto costruire la sua casa e il suo laboratorio ma sappiamo che la storia è andata diversamente.

Quando il Portaluppi ristruttura il palazzo e il giardino non è minimamente interessato al recupero della vigna. Sarà invece Luca Beltrami a studiare i libri antichi e a cercare la posizione corretta. Si è capito che l’area era larga circa 60 metri e lunga circa 165 metri. Prospettava su via Carducci e confinava con i terreni del Monastero di San Girolamo e comprendeva un pezzo del giardino degli Atellani. Con queste informazioni, la fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari hanno iniziato i lavori per riportarla alla luce. Tramite le fotografie del Beltrami sono stati ritrovati gli antichi vialetti e a seguito di uno studio effettuato su materiali organici ritrovati si è capito che il vitigno è la Malvasia di Candia Aromatica. Nel 2015 è stata ripiantata la vigna secondo i filari originari.

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Soffitto affrescato
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Portico
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Vigna di Leonardo
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La casa degli Atellani dal giardino
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Studio di Ettore Conti
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Cortile
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Sala dello Zodiaco

 

 

San Bernardino alle Ossa

Oggi vi voglio portare a conoscere San Bernardino alle Ossa e la sua cappella. Ci troviamo nel sestiere di Porta Romana, in un’area chiamata il Brolo, in piazza Santo Stefano per la precisione. Quante cose ci sono da raccontare di questa zona. Ad esempio qui si combattevano le battaglie degli ariani contro S. Ambrogio, sempre qui fu assassinato Galeazzo Maria Sforza, e sempre qui le streghe facevano riti celtici durante i solstizi… avremo tempo per parlare di tutto.

Nel 1210 si fece costruire un piccolo ospedale con annesso un ossario fino a che nella metà del ‘400 il duca Sforza fece edificare l’ospedale della Cà Granda nel quale questo confluirà.

Lo so, probabilmente state tutti pensando alle ossa che adornano la cappella e magari, come me, avete fatto poco caso alla chiesa ma anche qui abbiamo cose da scoprire.

Nel 15° secolo questa chiesa fu utilizzata dalla confraternita dei Disciplini che si dedicavano al culto dei morti e all’espiazione dei peccati attraverso l’autoflagellazione. Bene, entriamo. La vedete la botola lì davanti a voi? Si tratta di una cripta ipogea, oggi chiusa e non visitabile fortunatamente, alla quale si poteva accedere scendendo i dieci gradini. È stata aperta nel 1990 per studio e vi trovarono delle ossa, degli abiti e dei teschi. Si tratta di un putridarium: un’aula con addossate alle pareti dei sedili con sopra gli abiti. Ogni volta che un confratello moriva veniva fatto sedere con il saio e la tavoletta con il nome e fatto decomporre all’aria. La seduta aveva dei fori e i liquami scorrevano verso il centro del cippo e poi entravano nella fognatura centrale.

Adesso possiamo spostarci verso il vero e proprio ossario lì in fondo al corridoio a destra. Il primo impatto è davvero macabro. Il senso iconografico è volto al positivo: la morte non può far paura ma è un passaggio dell’anima. Si tratta essenzialmente di teschi e femori che creano disegni di croce mentre le ossa sotto la cupola scrivono la M di Maria Addolorata; secondo la tradizione ponendosi al centro della cappella si dovrebbero ricevere degli influssi positivi dati dalla fonte d’acqua sottostante. Nella cupola è rappresentato ” Il trionfo delle anime” del Ricci. La leggenda dice che le ossa sopra l’ingresso principale siano di condannati a morte

Diamo un’occhiata veloce dell’esterno: la struttura di San Bernardino alle Ossa sembra la canonica mentre l’ossario sembra l’ingresso. Sulla destra c’è un offertorio del 700 con la scritta “date e vi sarà dato”.

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Ossa a formare la croce
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Offertorio del 700. Date e vi sarà dato
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Botola per la cripta ipogea dei disciplini
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Il trionfo delle anime del Ricci
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Ossa di condannati a morte

Alla scoperta del diurno in porta Venezia

Oggi andiamo sotto terra a scoprire un altro gioiello nascosto: sto parlando dell’Albergo Diurno Metropolitano in piazza Oberdan.

Fu inaugurato il 18 gennaio 1926, quindi compie oggi un bel 94 anni. Onestamente non è che se li porti benissimo però è stato donato dal comune di Milano al Fai ed è in restauro, questo mi fa ben sperare.

Sono riuscita a entrarci qualche anno fa perché straordinariamente aperto durante il periodo natalizio. Purtroppo queste mie fotografie non sono il massimo…

Fu l’ing. Cobianchi a portare in Italia i bagni diurni. Siamo nei primi anni 10 del 900 e la maggior parte delle abitazioni non aveva il bagno in casa, figurarsi poi la possibilità di farsi una doccia calda, una manicure, stirare una giacca. Erano tutti servizi previsti dai diurni ad un prezzo non basso ma accessibile in quanto non doveva essere un servizio d’élite ma rivolgersi ai lavoratori di passaggio o ai cittadini comuni.

Del Diurno Cobianchi in piazza del Duomo parleremo un’altra volta, anche quello è chiuso, mentre oggi ci dedichiamo a questo in porta Venezia opera del Portaluppi.

Occupava un’area di circa 1200 metri quadrati e aveva due ingressi con due pensiline in ferro battuto. Uno che prospettava su via Tadino dove c’era la zona termale e l’altro più o meno dov’è tuttora con tutta una serie di servizi come parrucchiere, estetista, lavanderia e più in là negli anni anche un’agenzia di viaggio. All’ingresso della zona terme è ancora presente una statua di Igea, dea della salute e dell’igiene.

Entrando sembra di rivivere i fasti della bella epoque dove erano presenti marmi e boiseries in legno, piastrelle decorate e vetri, mosaici in gres e rubinetterie in ottone.

L’ unico ingresso oggi lo trovate mentre scendete le scale che da piazza Oberdan vi portano in metropolitana: lì, tra le due rampe, c’è una porta chiusa con l’insegna “Albergo Diurno Venezia”.

In superficie invece che cosa è rimasto? Le due colonne di cui solo una è un camino mentre l’altra è stata costruita a puro scopo decorativo e una sola pensilina in quanto l’altra è andata perduta dopo la rimozione per i lavori della M1.

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listino prezzi servizi
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le due colonne camino
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la pensilina in ferro battuto
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ingresso manicure
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nome ufficiale