Sulle tracce dei Promessi Sposi

Non so quale sia la vostra età ma io sono degli anni 70 e ai miei tempi a scuola, si studiavano i Promessi Sposi.

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutte a seni e a golfi…” c’erano dei pezzi che era obbligatorio imparare a memoria.

Ricordo quando Renzo e Lucia devono scappare da Don Rodrigo “Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo” oppure quando Renzo torna a Milano a cercare Lucia e trova una città devastata dalla peste “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci e veniva verso il convoglio…” era l’episodio di Cecilia della quale parleremo più avanti quando andremo a visitare la casa del Manzoni e scopriremo una chicca.

Ma perché ne stiamo parlando? Beh, perché basta guardarsi intorno, dalle parti di Porta Orientale, (Porta Venezia per i più giovani! 😉) e trovare alcuni resti della città raccontataci dal Manzoni.

Partiamo da Palazzo Luraschi proprio al numero 1 di Corso Buenos Aires. Se passate al mattino il portone del cortile è aperto e allora potete scoprire questa meraviglia. Lo chiamano il cortile dei Promessi Sposi, in quanto le colonne di marmo provengono direttamente dal Lazzaretto e i busti scolpiti raffigurano i personaggi dei Promessi Sposi. Li riconoscete? Sono Renzo e Lucia ma, potete trovare anche la monaca di Monza, fra’ Cristoforo, Don Rodrigo… Di solito il custode non dice niente se sbirciate dal cancello sarà abituato oramai ma magari potreste chiedere di entrare a vedere tutto per bene.

Palazzo Luraschi oltre a essere un bellissimo palazzo di fine 800 porta con sé un’altra curiosità. È stato il primo palazzo di Milano a infrangere la norma della “servitù del Resegone” per la quale tutti i palazzi posti a nord della città non dovevano superare i 3 piani in modo da non impedire la vista del monte Resegone e delle Prealpi dai bastioni. Dato che Palazzo Luraschi ha 8 piani ed è stato costruito su luoghi di manzoniana memoria e per di più oscurando la vista di un monte così citato dal Manzoni, si dice che il Luraschi abbia voluto omaggiare il romanzo in questo modo. Lo sapevate?

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Se invece ci spostiamo verso largo Bellintani incontriamo la chiesa di San Carlo al Lazzaretto che è stata edificata per volere di San Carlo Borromeo sull’antica chiesa di Santa Maria alla Sanità a seguito della grande epidemia di peste. La chiesa venne costruita da Pellegrino Tibaldi, architetto di fiducia di San Carlo Borromeo e ha una pianta ottagonale; inizialmente era aperta su tutti i lati in modo che i pazienti del lazzaretto potessero assistere alla messa dalle loro celle. Eh sì perché quello che adesso sembra essere solo uno slargo una volta era il centro del cortile del Lazzaretto!

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E infine cerchiamo le celle del Lazzaretto o quello che ne è rimasto. Davvero pochissimo onestamente, ma le riconoscete? Ci troviamo in Via San Gregorio 5 presso la chiesa ortodossa greca dell’antico calendario. Queste in fotografia sono le finestre originali con i comignoli e un tratto del fossato originale, denominato “fontanile della sanità”.

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Un tesoro nascosto: Palazzo Marino

Ara, bell’Ara discesa Cornara, de l’or fin, del cont Marin strapazza bardoch, dent e foeura trii pitocc, trii pessitt e ona massoeura, quest l’è dent e quest l’è foeura. Questo è il testo di un’antica filastrocca milanese che ci riporta a Tommaso Marino e alla costruzione del suo palazzo oggi casa del comune di Milano. La traduzione dovrebbe essere più o meno così: Ara, bell’Ara della famiglia Cornara, dai capelli oro fino, appartieni al conte Marino strapazza preti, dentro e fuori ci sono tre bravi, tre pesciolini e una mazza, questo è dentro e questo è fuori.

Ara era una giovane nobildonna veneziana che, purtroppo per lei, fu notata dal vecchio banchiere genovese Tommaso Marino in piazza San Fedele. La storia ci racconta che Tommaso Marino la chiese in sposa al padre di lei e questi rifiutò con la banale scusa che non l’avrebbe mai data in moglie ad un uomo che non possedeva almeno un palazzo come il suo a Venezia.

Detto fatto! Tommaso Marino affida l’opera a Galeazzo Alessi che aveva studiato a bottega da Michelangelo: il palazzo doveva essere alto, in pietra, con due torrette e lontano da altri edifici. Un castello praticamente! La pietra scelta è il marmo di Brembate, abbastanza morbido per essere scalpellato ma molto bello e senza macchie. I lavori partiranno a razzo il 04/05/1558 ma si interromperanno nel 1570 per mancanza di fondi; due anni dopo sia l’architetto che il Marino morirono. Nel 1885 la facciata che prospettava su piazza della Scala non era ancora costruita, nel 1892 venne affidato il lavoro a Luca Beltrami che non solo costruì la facciata che ancora oggi conosciamo come l’ingresso al palazzo ma ne restaurò gli interni, che dopo 250 anni di incuria non erano certo agibili. Il palazzo venne poi bombardato durante la guerra, rimasero intatte le pareti mentre andarono persi i soffitti che furono rifatti.

Ma chi era Tommaso Marino e cosa ci faceva a Milano? Perché si accompagnava ai bravi? Come mai i milanesi lo odiavano e i bambini, quando non venivano sentiti, intonavano la filastrocca di cui sopra?

Partiamo dall’inizio con la storia e poi entriamo insieme a vedere il palazzo. Tommaso Marino era un banchiere genovese, sposato con una Doria. Si trasferisce a Milano intorno ai 70 anni. Oltre a commercializzare pesce e sale, inizia a prestare denaro a usura agli Spagnoli prima, alla Francia, al Papa e in cambio chiede favori, titoli, privilegi, terreni…si aggiudica il monopolio del sale proveniente da Venezia e diretto a Genova e a Milano.

I bravi erano il suo esercito, erano quelle persone che “sistemavano” i suoi affari quando i milanesi erano insolventi e in più si occupavano di portarlo in giro con la sua carrozza d’oro.

La storia con la bell’Ara come è andata a finire? Beh, i due si sposarono e dal loro matrimonio nacque Virginia che sposò Martino di Leyva e dal loro matrimonio nacque nel gennaio 1576, Marianna, la monaca di manzoniana memoria. Quindi Tommaso Marino era il nonno della monaca di Monza! In piazza San Fedele, dove al centro c’è la statua del nostro buon don Lisander (Alessandro Manzoni), se guardiamo al primo piano all’angolo verso la chiesa di San Fedele, possiamo vedere le vetrate della stanza dove nacque la sfortunata. La storia racconta che la nostra bell’Ara si suicidò impiccandosi nella sua casa di campagna a Gaggiano, in provincia di Milano.

Tommaso Marino era davvero odiato e si dice che una maledizione sia stata scagliata contro il palazzo. Mucchio di pietre, costruito con molte rapine, o crollerà, o brucerà, o un altro ladro lo ruberà. Effettivamente le cose per Tommaso Marino non finirono in gloria, anzi.

Entriamo a curiosare un po’! Con la visita guidata si vedranno diverse sale, noi ne guarderemo solo qualcuna insieme, quelle che maggiormente hanno attirato la mia attenzione.

La sala degli Arazzi è la prima: alle pareti ci sono degli arazzi provenienti dalle Civiche Raccolte del Castello Sforzesco. Il più antico, del quale sotto vedete la fotografia, è del 1560 e proviene da Bruxelles, rappresenta Perseo e Bellerofonte che combattono contro le belve.

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La sala della Trinità ha invece alle pareti degli affreschi che sono stati strappati dalla vecchia chiesa di San Vito in Pasquirolo, e dalla chiesa di San Vincenzino non più esistente. La Trinità con la colomba grigia, che vedete qui sotto è del Fiamminghino.

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La sala Alessi è il grande salone d’onore e deve il suo nome all’architetto che ha progettato il palazzo. Fino al cornicione superiore è originale mentre il resto è stato ricostruito dopo i bombardamenti della RAF. Qui si possono vedere i bassorilievi di terracotta decorati, 12 affreschi raffiguranti 9 muse e 3 divinità e due busti in coccio pesto sopra le porte che rappresentano Ares o Marte. Il pavimento è in marmo di Candoglia.

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In questa sala c’è anche un gonfalone dell’800 e rappresenta S. Ambrogio con gli stemmi delle 6 porte romane, sotto la scrofa semilanuta. L’originale è del ‘500 ed è al Castello Sforzesco.

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La sala verde è intitolata dal 2004 a Giovanni Marra, ex presidente del consiglio comunale. In questa sala nacque la monaca di Monza. Alle pareti una specchiera rococò del 18° secolo e una bellissima copia de “la fruttivendola” del Campi. L’originale è a Brera. Le porte sono in marmo di Carrara e il lampadario in cristallo di Boemia.

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Il cortile d’onore è originale del ‘500, è in stile manierista e su due livelli. Le colonne sono in granito e la decorazione in marmo di Brembate come tutta la parte del palazzo voluta dal Marino.

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Per finire, la sala della Giunta con alle pareti 3 grandi affreschi del Tiepolo che sono stati strappati da Palazzo Dugnani.

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Il palazzo è visitabile gratuitamente prenotando via mail all’indirizzo: DSCOM.VisitePalazzoMarino@comune.milano.it

Il forno delle grucce

Eccoci qua in piazza del Duomo (fermata 1 e 3 rossa e gialla Duomo)

Chi come me ha finito le scuole già da diverso tempo ha sicuramente letto e studiato i Promessi Sposi. Nel capitolo XII si parla del forno delle Grucce e della rivolta del pane avvenuta nel 1628. A quel tempo Corso Vittorio Emanuele si chiamava Corsia dei Servi e la bottega esisteva davvero.

A ricordo di quell’evento è presente questa lapide che così recita: qui era el prestin di scansc nella strada chiamata de servi c’era e c’è tuttavia un forno. Promessi Sposi capitolo XII

La storia racconta che nel 19° secolo quando il forno, dopo diverse peripezie, venne rimesso a nuovo, il proprietario mandò a Manzoni un panettone per ringraziarlo della notorietà che aveva dato alla sua bottega inserendola nel romanzo.

La casa con il forno venne poi demolita.